#giornaledibrescia

  • Auguri ad una figlia che è dall’altra parte del globo

    16 set 2015


    E poi succede, hai 17 anni e li compi dall’altra parte del globo. E io sono qui a guardarti crescere, sbocciare, esplorare il mondo… ti vedo sulla spiaggia di Palm Beach con la tavoletta da surf e i lunghi capelli biondi e vorrei essere lì con te, stringerti forte, correre insieme e sederci sulla sabbia a guardare il mare.

    Tesoro mio, il mio cuore trabocca di amore, ed è una sensazione infinita, un sentimento puro che non svanirà mai. Tu potrai sempre contare su di me, e non importa quanto saremo lontane, in chilometri o in idee, io per te ci sarò sempre. Sempre. Sempre.

    Ieri mi hai detto: «Non torno più». Tesoro, sei libera di vivere dove sceglierai sapendo che, a qualsiasi ora del giorno e della notte, potrai sempre chiamarmi anche solo per un «ciao, avevo voglia di sentire una voce di casa».

    Cos’è la casa? È quel luogo intimo che esiste nel nostro cuore, quel luogo speciale dove vivono le persone che amiamo e che ci amano. Non è facile essere madre, nessuno mi ha insegnato come fare, lo apprendo strada facendo da voi ragazzi facendo tanti errori ma, credimi, sempre in buona fede.
    Perdonami tesoro per le mie mancanze, per il mio essere quella che sono, a volte sulla luna, a volte su questa terra, per la mia sete insaziabile di conoscere e scrivere la vita, per i miei tentativi di comprendere me stessa.

    A volte mi chiedo se in questa mia corsa io non mi sia persa te… e se così è stato torno subito indietro, riprendo il sentiero che ti vede al mio fianco e ti dico: «Tesoro, io ci sono, perdonami se mi sono persa e dimmi sempre quello che vedi, quello che provi, affinché io possa evitare ulteriori errori».

    Cosa desiderare per il tuo compleanno? Di gioire di ogni minuto della tua esistenza, di non guardarti mai indietro, di conservare il tuo sorriso, la tua bellezza profonda, la tua forza di volontà il tuo cuore grande.
    Io ti auguro una vita strabordante d’amore perché, in definitiva, l’amore è tutto: amore per te stessa, amore per la vita, amore per l’anima gemella che un giorno incontrerai, amore per le lacrime che scolpiranno i tuoi giorni e che ti porteranno sempre avanti. Con il tuo permesso.

    Sii te stessa, tesoro, in ogni circostanza; decidi tu, non permettere che altri scelgano al posto tuo. Genitori compresi. Tu e solo tu puoi ascoltarti e, nel profondo, tu e solo tu sai cosa è bene per te. Io ci sarò sempre, per ascoltarti e mai giudicarti: un ascolto puro fatto d’amore.

    Ti stringo forte forte forte, con l’immenso bene che ti voglio. Buon compleanno amore mio!

  • Affinchè la vita non sia solo lotta

    Hai presente quando metti tutto il tuo denaro in un’attività nella quale credi ciecamente facendoti anche prestare denaro dagli amici che a loro volta credono in te?

    Hai presente la gioia di andare al lavoro con il cuore gonfio di passione? Ricevi commesse, chiami i fornitori, scherzi con i dipendenti e poi via in auto dal tuo cliente più importante che ti ha invitato a pranzo per parlarti di un nuovo affare.

    Ti senti realizzato ed è proprio lì, in quel frangente di esistenza che stai assaporando a grandi sorsi che, all’improvviso, tutto crolla.

    I tuoi beni, casa compresa, vengono messi all’asta, tua moglie non ti rivolge la parola, tuo figlio si vergogna di te, gli “amici” ti evitano tranne quelli che ti chiamano per poi parlottare alle tue spalle, il tuo cane va sotto una macchina e la tua, di macchina, torna alla concessionaria perché non puoi più pagare le rate del leasing.

    Non accetti nulla di tutto ciò, devi resistere e affrontare le battaglie una alla volta e, a tutti i costi, ogni pezzo tornerà al proprio posto.

    Un mattino ti alzi ed esci di casa insieme alla tua angoscia. Hai un appuntamento in banca e, mentre attraversi il parco della tua città, inizia a piovere.

    Ti rifugi sotto una grande quercia, lì l’acqua arriva filtrata dalle braccia dell’albero e tu, con la schiena appoggiata al tronco, mescoli le gocce dei tuoi occhi a quelle del cielo. Si è alzato il vento che schiaffeggia l’acqua contro il tuo viso, ma tu non ci fai caso, sei una statua di marmo che cerca solo di respirare.

     

    Ti accorgi che stai calpestando qualcosa, guardi a terra, è un libro dalla copertina blu. Lo raccogli, lo apri, leggi: “L’amore, la guarigione e un perdono autentico sono ben più semplici del dubbio, della preoccupazione, delle difficoltà di relazione, dei problemi economici, della fatica di capire come riparare tutto quello che si è rotto.

    Lasciar andare è molto più semplice che restare tenacemente attaccati, la fiducia dà molta più forza della resistenza. Il viaggio della vita non dovrebbe essere una lotta”.

    L’ultima frase rimbomba in te con la vertigine di un inaspettato KO, perché la tua vita è solo una lotta, tu devi riparare ciò che si è rotto e non puoi lasciar andare proprio un bel niente o sarai finito!

    Solo un pazzo può aver scritto quelle parole, eppure sei stordito da un minuscolo dubbio che ti si è infilato sotto pelle. “La fiducia dà molta più forza della resistenza”? No! Tu non ti fidi più di nessuno e resistere è l’unico imperativo possibile.

    Ma il dubbio è ancora lì e ti fissa, adesso ha la forma di una carezza che, dolcemente, ti scalda dentro.

    Ricominci a camminare, pioviggina ancora sul tuo viso, sai che in banca ti umilieranno eppure ti senti più leggero. Alzi lo sguardo; una fessura di luce ha spalancato il cielo plumbeo per colpirti con un raggio di sole.

    Sorridi. Lo sai che non ha senso, eppure sorridi, non puoi farne a meno. Nuove lacrime rigano il tuo viso, hanno il sapore della gratitudine e l’enormità di una certezza: non sei solo.

     

  • Articoli

    ogni sabato sul
    GIORNALE DI BRESCIA
    LA BELLEZZA NEL QUOTIDIANO

    Arrendersi a quel che comunque arriva (10.4.21) ... leggi

    Pasqua significa passare oltre (3.4.21) ... leggi

    La scienza dei miracoli dipende da noi (27.3.21) ... leggi

    Domani è primavera. Celebriamo! (20.3.21) ... leggi

    Una risata per la terapia del buongiorno (13.3.21) ... leggi

    La realtà oltre la tenda dell'illusione (6.3.21) ... leggi

    Non è mai troppo tardi per la tenerezza (27.2.21) ... leggi

    Abbiamo bisogno di esser visti per sentirci vivi (20.2.21) ... leggi

    Contornarsi di bei fusti fa vivere meglio (13.2.21) ... leggi

    Chi siamo dietro la maschera che indossiamo? (6.2.21) ... leggi

    La pace di chi è sfiorato dalla carezza di Dio (30.1.21) ... leggi

    Una mente distratta è una mente infelice (23.1.21) ... leggi

    L'inverno non è morire, è attesa di primavera (16.1.21) ... leggi

    Far dei giorni a venire un capolavoro del cuore (9.1.21) ... leggi

    La giostra della vita e il bilancio del cuore (2.1.21) ... leggi

    L'amore del Natale non è un bene in saldo (19.12.20) ... leggi

    Santa Lucia non è una questione di età (12.12.20) ... leggi

    Pranziamo con tutti i sensi. Sempre (5.12.20) ... leggi

    L'autunno, che insegna a lasciar andare (28.11.20) ... leggi

    Noi, che allo scoglio urliamo "spostati" (21.11.20) ... leggi

    Affinchè la vita non sia solo lotta (14.11.20) ... leggi

    Ripartire senza un pezzo di sè (7.11.2020) ... leggi

    La lezione dell'anatra (31.10.2020) ... leggi

    GIORNALE DI BRESCIA articoli pubblicati

    Addio maestra la tua luce brillerà per sempre (19.11.20) ... leggi

    Un luogo speciale ti aspetta (30.10.20) ... leggi

    La nostra eredità in una scatola (13.10.20) ... leggi

    E se il re non fosse mai stato davvero nudo? (11.9.20) ... leggi

    Quando l'ultimo genitore se ne va (11.8.20) ... leggi

    GIORNALE DI BRESCIA lettere al direttore

    La differenza? Un’opera d’arte che si può vivere

    Le porte della vita e quella fragola colta nell’erba

    Una goccia pulita da parte di tutti contro la malvagità

    Il Natale? Non è una data ma un incontro

    VivaVittoria mass media e brutture del mondo

    Parigi e la Siria, capire le cause dell’orrore

    Auguri ad una figlia che è dall’altra parte del globo

    La borsa rubata e restituita al proprietario ... leggi tutto

    DIPENDE - GIORNALE DEL GARDA

    Un Uomo libero ... leggi

    Altri articoli

    Lettera di fine anno: Vedete anche voi quello che vedo io?

    Mi dica, Signor Ministro, lei ce l’ha, questo coraggio?... leggi tutto

  • bellezzanelquotidiano1

    LA LEZIONE DELL'ANATRA
     

    Ho incontrato un’anatra che mi ha spiegato la vita.

    Era un germano dal collo verde smeraldo, il becco giallo e le ali screziate sulle tonalità del marrone. L’anatra si trovava all’interno di un cancello confinante con la spiaggia e quando il mio cane, passandole davanti, l’ha vista, lei ha iniziato ad agitarsi nonostante non avesse di che temere trovandosi al sicuro all’interno della recinzione.

    Il mio pastore tedesco,che non vuole azzannare ma solo rincorrere, balzava avanti e indietro con l’intento di far volare l’anatra verso il lago e galoppare al di sotto della traiettoria alata.

    Il germano, al di là della rete, ha iniziato a preoccuparsi e a zampettare muovendosi a zig zag, il cane a saltare, il germano a starnazzare nonostante, lo ripeto, fosse già al sicuro nella proprietà che lo ospitava.

    Poi è successo l’imprevedibile: la bestiola in panico, invece che volare, si è diretta verso la recinzione riuscendo, strisciando, ad infilarsi sotto il cancello proprio dove il cane la stava aspettando.

    Il pastore tedesco si è quindi trovato a sorpresa il pennuto fra le zampe, ma non ha fatto nulla perché l’anitra camminava appena e lui ama la corsa. La poveretta, con il cuore a mille, si è diretta svelta verso l’acqua, mentre il cane mi guardava immobile e sorpreso per quel finale inaspettato.

    Mi spiace che il germano se la sia vista brutta e che non abbia spiccato il volo, ma quel che è successo è stata una lezione di vita: l’anatra ha fatto un gran cancan e, a causa della propria ansia, ha agito d’impulso buttandosi volontariamente fra le zampe del cane, rischiando la morte.

    Lo stesso accade a noi che siamo già al sicuro fra le braccia della Vita (o come desideriamo chiamarla, Padre, Dio, Amore…) ma che, quando ce ne dimentichiamo, ci agitiamo e facciamo le sciocchezze più assurde, come buttarci nelle fauci dello spaventatore e, sia che esso sia una persona o una situazione, ci roviniamo con le nostre stesse mani o zampe.

    È una slavina inevitabile, dove c’è paura non c’è Fede-Fiducia-Amore e possiamo solo finire fra le grinfie di chi o cosa ci tiene in scacco con l’arma del terrore. Ma la tranquillità di essere fra le braccia dell’amore, “figli dell’immensità”, come cantava Lucio Battisti, è il dono e lo strumento più potente che ci sia e l’abbiamo tutti come diritto di nascita.

    Noi siamo già al sicuro. E doveva venire un’anatra a dircelo?

    31 ottobre 2020
    #GiornaleDiBrescia

    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI 

  • bellezzanelquotidiano10

    FAR DEI GIORNI A VENIRE UN CAPOLAVORO DEL CUORE

    Quest’anno è iniziato con un incontro bellissimo: Chiara Lubich, una ragazza che ha fatto di ogni suo giorno, un capolavoro. È successo domenica scorsa guardando su RAI 1 il film sulla sua vita ambientato a Trento durante la seconda guerra mondiale, quando la città era bombardata dagli alleati e violentemente occupata dalle truppe naziste.

    La giovane Chiara insegnava alle elementari e studiava filosofia, ma quello che la rendeva straordinaria era il suo cuore, l’ascolto che ne faceva e il coraggio infinito che da quell’ascolto scaturiva.

    Mi sono interrogata sulla parola ‘coraggio’ che viene da ‘cor habeo’, ‘avere cuore’ e sul suo contrario, la paura, e mi sono chiesta: che si abbia paura quando non si è nel cuore? La dimostrazione vivente l’ho trovata nella ventitreenne Chiara che, fra morti, violenze e case sventrate, infiammata d’amore per Gesù, non ha avuto paura.

    E noi? In questo inizio anno vogliamo riflettere su come fare dei giorni a venire il nostro capolavoro del cuore?

    Dopo tutto se siamo vivi è perché abbiamo ancora qualche carta da giocarci e, per farlo, non è necessario avere un progetto ben delineato, nemmeno la Lubich lo aveva; lei voleva solo rispondere al dolore della guerra cercando di essere d’aiuto a più persone possibili e, semplicemente, faceva per tutti quel che noi facciamo per coloro che amiamo.

    Mi è piaciuto sentirla dire, in un’intervista, che molti uomini non vivono perché non vedono, e non vedono perché guardano al mondo con i loro occhi invece che con l’occhio di Dio.

    Lei, grazie a quello sguardo divino, percepiva il misterioso legame che unisce uomini e cose e, fra paura (buio) e amore (luce), le forze che governano l’umanità, si era abbandonata totalmente all’amore facendosi strumento di luce nelle mani di Dio.

    Nel film, poi, ci sono due frasi dalla potenza dirompente; una è verso la fine quando suo fratello, ex partigiano, si trova davanti l'uomo che l’ha fatto torturare e Chiara dice: “Decidi tu cosa fare di lui. Ricordati che non c’è futuro senza perdono”.

    L’altra viene pronunciata in un momento difficile quando un’amica afferma: “Non c’è rosa senza spina” e Chiara risponde: “Non c’è spina senza rosa”, come a dire che su ogni lacrima fiorisce un sorriso nuovo, quando ci si arrende fiduciosi all’amore.

    E allora sorrido. Sorrido a quella luce indomabile che tutti abbiamo nel cuore quando siamo innamorati e non vediamo vette irraggiungibili, ma solo montagne mai troppo alte da scalare, e sorrido al 2021 che sarà l’anno dell’amore se, come Chiara, guarderemo ogni persona con l’occhio di Dio o, se non crediamo in Dio, con l’occhio dell’amore.

    Il risultato lo vedremo dai frutti che il nostro albero produrrà; se da quella ragazza trentina che nel ’43 distribuiva cibo e vestiti è nato il Movimento dei Focolari presente in 182 paesi, cosa nascerà da ognuno di noi?

    Intanto che turbati pensiamo ai problemi del mondo, mi piace immaginarci mentre riconosciamo il buio della nostra paura e lasciamo che la Luce di questa consapevolezza lo dissipi.

    Non siamo soli, nessuno di noi lo è e comunque, se dovessimo sentirci persi, ricordiamoci che fra il dire e il fare c’è di mezzo… l’incominciare a fare, di ogni giorno, un’opera d’arte.

     

    TI LEGGO L'ARTICOLO

     


    #9 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

  • bellezzanelquotidiano11

    L'INVERNO NON è MORIRE, È ATTESA DI PRIMAVERA

    È ghiacciato l’inverno, e io lo adoro quando intirizzisce di gelo il paesaggio, cristallizzando bianchezza ovunque. Passeggio lungo il sentiero incorniciato dagli arbusti che, silenti sentinelle rivestite di candore, fiancheggiano impettiti i miei passi svelti.

    Il silenzio è ovunque e la morte sembra avvolgere con il suo drappo rigido alberi, steli d’erba e cespugli che, immobili, la accolgono.

    E noi, come ci comportiamo innanzi al mistero del Grande Valico? È umano temere ciò che non si conosce e quindi esorcizzarlo o rimuoverlo dai pensieri, ma il nostro divagare non ci eviterà quell’appuntamento inamovibile e già fissato sullo scadenzario del destino.

    Mi affascina la leggenda uzbecka musicata da Vecchioni nella quale un soldato, durante i festeggiamenti per la fine della guerra, vede lo spettro della morte osservarlo in modo maligno; il giovane, preso dal panico, chiede al sovrano il cavallo più veloce “figlio del lampo, degno di un re” per scappare fino alla lontana città di Samarcanda, proprio il luogo dove la “nera signora” aveva fissato l’appuntamento con lui.

    Mentre il racconto popolare narra l’ineluttabilità della fine alla quale è inutile cercar di sfuggire, nel profondo dialogo che intercorre fra uomo e natura, l’inverno ci insegna a non aver paura della morte perché la Vita non ha mai mancato una primavera.

    Tutto scorre, panta rei e, da tempo immemore, le stagioni della nostra vita vanno in scena ogni anno sul palcoscenico del mondo:

    concepimento e nascita avvengono in primavera, i germogli spuntano teneri e fragili ma via via si rinforzano e sono come un bimbo che inizia a gattonare e poi a muovere i primi passi fino a diventare un giovane uomo;

    al rigoglioso culmine della fioritura sboccia l’estate, l’età adulta, caratterizzata da quei verdi virgulti divenuti frutti più o meno succosi e nutrienti a seconda delle caratteristiche genetiche, ma anche dell’ambiente, del sole, dell’acqua e delle amorevoli cure ricevute.

    Segue l’autunno, la vecchiaia, il lasciar andare, insieme alle foglie, tutto ciò che non serve più, per concentrarsi sull’essenziale invisibile agli occhi, dice Saint-Exupéry.

    Infine l’inverno, la morte, il cambio d’abito; tutto è fermo, pallido, ma solo in apparenza perché all’interno dei fusti, la linfa continua a scorrere in attesa della rinascita primaverile.

    Quanta bellezza nello specchio della natura, nel suo tranquillizzarci mostrandoci la linfa vitale che in noi si chiama Spirito e che, immortale, quando il nostro corpo torna alla terra, continua il suo viaggio attraverso le primavere dell’esistenza.

    E allora guardiamolo, questo inverno, e rilassiamoci!

    La natura non è morta, si sta solo riposando e ci invita a fare lo stesso, a godere di un tè caldo come di un buon libro e di un sonno ristoratore. È un intimo richiamo a gustare ogni momento di questo cammino accettandolo così com’è perché, con le sue miserie e meraviglie, è vita, un frangente unico e irripetibile d’eternità.

     

    TI LEGGO L'ARTICOLO

     


    #16 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

  • bellezzanelquotidiano12

    UNA MENTE DISTRATTA È UNA MENTE INFELICE

    Succede quando cadiamo, ci ritroviamo riversi sul pavimento del cuore e, nel tentativo di tornare a riveder le stelle, ci interroghiamo su di lei: Miss Felicità. Guardiamo indietro a quando tutto andava come volevamo, e a questi giorni di nebbia dominati dal continuo tonfo delle aspettative disattese; dov’è finita la nostra Miss?

    Siamo in balia di quel che accade sul pianeta o c’è qualcosa che possiamo fare all’interno di noi stessi?

    In occidente le neuroscienze sostengono che la felicità dipenda dagli ormoni (serotonina in primis) collegati ai recettori che si trovano sulla superficie del cervello, mentre per la filosofia orientale la si consegue quando si esce dal meccanismo del desiderio e ci si immerge consapevolmente nell’esperienza del momento presente.

    Visto da est o visto da ovest, il nostro sorriso sembra una questione legata al cervello/mente e, a tal proposito, uno studio dell’Università di Harvard dal titolo “Una mente distratta è una mente infelice” afferma che 2500 anni fa il Buddha, sotto l’antico fico, sia riuscito a liberarsi dai mali dell’esistenza, focalizzandosi sulla realtà per quello che è, cioè il “qui e ora”.

    La conferma di questa teoria è davanti ai nostri occhi: se il nostro star bene fosse dipeso da quella casa tanto sognata nella quale oggi abitiamo, o da quel partner che vive con noi, perché non siamo ancora al settimo cielo?

    Che cosa c’è in un mucchio di mattoni e cemento che può darti la felicità? Niente - dice Papaji - La felicità arriva quando sei finalmente libero da idee, pensieri e desideri. Se conosci questo segreto sarai sempre libero, in qualunque circostanza”.

    Che beffa! La causa della felicità sarebbe quindi l’assenza di desiderio cioè di pensiero, che esperiamo quando realizziamo un sogno e, non avendone ancora espresso un altro, ci ritroviamo profondamente immersi nel momento presente?

    Non sarebbe più facile imparare a liberarci dai desideri, cioè dai pensieri, evitando tutto il giro?

    In occidente siamo cresciuti alla scuola del correre, fare e brigare, non di certo dello stare e del meditare; nessuno ci ha mai introdotto alla conoscenza della nostra mente suggerendoci, ad esempio, di meditare osservando il flusso dei pensieri o ascoltando il ritmo del respiro, anche se sono oltre 3000 gli studi scientifici che attestano i numerosi benefici legati alla meditazione, oggi utilizzata persino negli ospedali per curare diverse patologie.

    Il punto, comunque vogliamo arrivarci, è uno: fermarci nel “qui e ora”. Come?

    Portando il focus sulla sensazione fisica ed emotiva che stiamo provando adesso, mentre camminiamo in un bosco o siamo alla cassa del supermercato. Così facendo usciamo dal fare e torniamo all’essere perché, mentre ci adoperavamo per connetterci H24 con il mondo intero, ci siamo sconnessi da noi stessi diventando schiavi della mente e del suo continuo stregarci con bisogni e desideri che, mossi dalle paure, hanno alimentato molteplici illusioni di felicità.

    Se ne abbiamo abbastanza delle nostre derive mentali, sconnettiamoci una buona volta dalle fonti del malessere, dai pensieri sul passato o sul futuro, e riconnettiamoci con la meraviglia che siamo, perché solo così scopriremo che l’unico momento per essere felici, è adesso.


    #23 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

  • bellezzanelquotidiano13

    LA PACE DI CHI È SFIORATO DALLA CAREZZA DI DIO

    Mi sono seriamente interrogata sul senso della vita, il giorno della nascita della mia primogenita; mentre ammiravo quel tenero miracolo sorridendo alle lacrime di gioia che sgorgavano da profondità a me sconosciute, successe un imprevisto che percepii come un ammasso di paure spaventose che mi rotolavano addosso: ora che l’amore sublime aveva bussato alla mia porta, cosa sarebbe successo se l’avessi perso? Sarei sopravvissuta?

    La valanga delle angosce mi tormentava, dovevo uscire da quell’impasse, ma per farcela mi serviva Qualcuno che mi conducesse oltre i limiti terreni, per mostrarmi la vita eterna e l’illusorietà del morire umano.

    E quel qualcuno arrivò e non fu di certo come me l’ero immaginato io.

    Si chiamava Stefan, era giovane, aveva 3 bimbi e, con a fianco la moglie Milena, aveva raggiunto tutti gli obiettivi umanamente desiderabili quali successo, potere, amore, famiglia, dedizione verso il prossimo. Poi, nel bel mezzo della felice corsa, Stefan era stato stroncato da una diagnosi mortale.

    In quell’inchiodata obbligata di vita succedeva, tuttavia, una cosa strana: lui e Milena accettavano la malattia con la serenità di chi si fida della Vita mentre io, che ero solo un’amica, non ce la facevo.

    Così, mentre Stefan scherzava con sua moglie su come comunicare una volta valicata la Grande Porta, e io pensavo di trovarmi in una casa di pazzi, era già in viaggio una lettera-faro che mi avrebbe indicato la strada da percorrere per valicare i confini del mondo.

    Milena aprì la busta la sera in cui Stefan chiuse gli occhi e lesse:

    Durante la mia malattia ho cercato di tutto. Sono passato dalla preghiera a Dio e ai santi, alla pranoterapia, alla chemio-, alla radio-, alla chirurgia. A tutti affidavo la speranza del miracolo della guarigione.

    Il più onesto è stato Dio, mandava sempre e solo coraggio e serenità. Dio, si vede, non ha bisogno di spiegare, di dimostrare. Ha creato un mondo che comprende la malattia, la malformazione, la morte.

    E per morte intendo solo il distacco da una creazione a dir poco affascinante dalla quale ci dobbiamo separare proprio mentre la stiamo gustando al massimo. Esattamente l’opposto di quello che facciamo: troviamo una persona eccezionale, ce ne innamoriamo e la leghiamo a noi con un patto per la vita.

    Troviamo un lavoro entusiasmante e via che ci tuffiamo. Passiamo i nostri giorni a cercare le cose più belle, più buone, più gustose e, quando le troviamo, ci rallegriamo.

    Può Dio rovinarci tutto questo o aver escogitato l’inganno più totale per la fine dei nostri giorni? No, non un Dio che è Padre.

    E allora la conclusione è semplice: se possedere ci dà una tale gioia, arriva il momento di possedere qualcosa di massimo per il quale vale la pena di lasciare tutto, talmente tutto che anche il matrimonio - la forma più alta di amore fra due persone - viene sciolto.

    Gioite con me, dunque. Magari, passato qualche tempo, sarei felice se il giorno del mio personale incontro con Dio, lo trasformaste in una piccola festa.

    Saremo così finalmente in grado di saltare da una medievale tristezza, al vero regno di Dio (…)”.

    Milena arrotolò il foglio e mi guardò. Nelle mie lacrime c’erano dolore, ma non disperazione, e pace. La pace di chi è appena stato sfiorato dalla carezza di Dio.

     
    #30 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

  • bellezzanelquotidiano14

    CHI SIAMO DIETRO LA MASCHERA CHE INDOSSIAMO? 

    Il fatto che ricordo è di alcuni anni fa, ma episodi analoghi succedono quotidianamente nel mondo, mentre noi continuiamo imperterriti a incollare etichette. Non è cattiveria, il giudizio fa parte della nostra natura; non possiamo osservare qualcuno o qualcosa senza formulare un appellativo: è simpatico, odioso, invecchiato, musulmano, ricco, medico, secchione, amico…

    È normale, abbiamo un corpo e siamo persone, che significa maschere e, in quanto tali, recitiamo il nostro copione sul palcoscenico del mondo, identificandoci nel ruolo che ci hanno assegnato e che ci riveste come un’armatura che indossa la vita al posto nostro.

    Ma dietro il travestimento, chi siamo veramente?

    Assistere al dramma che si consuma quando le etichette si colorano di morte, ci consente di vedere gli invisibili post-it che incolliamo ovunque e che spesso, come nella vicenda che segue, identificano il credo religioso.

    È il 21 dicembre del 2016, un autobus si sta dirigendo verso Mandera, una città nel nord-est del Kenya, quando un gruppo di terroristi ferma il bus; gli uomini armati di Al-Shabaab, vestiti in tuta mimetica e con il volto coperto, fanno scendere i passeggeri e intimano loro di dividersi in due gruppi, cristiani e musulmani, perché solo gli ‘infedeli’ verranno ammazzati.

    Ma ecco l’imprevisto: prima di abbandonare il bus, alcuni musulmani cedono i loro veli (le etichette) ai cristiani. Una volta scesi Salah Farah, insegnante keniota di religione islamica, 4 figli e una moglie incinta, urla ai criminali di uccidere tutti o di lasciare tutti liberi. In risposta i terroristi gli sparano.

    Mentre lo scontro è in atto si avvicina un camion; i killer, temendo possa essere la polizia, si nascondono in un cespuglio e i passeggeri si precipitano sul bus e scappano. Salah Farah morirà in ospedale un mese dopo a causa delle ferite inferte.

    Prima di chiudere gli occhi dirà al Voice of America: “Siamo fratelli, è la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possano prendersi cura di noi”.

    In quella parola ‘fratelli’, Salah Farah annuncia che l’unica etichetta possibile è quella di esseri umani, uomini e donne uguali nella loro essenza regale, tutti soggetti al medesimo destino: la vita.

    Il gesto eroico dell’insegnante keniota testimonia la potenza che affiora quando smettiamo di interpretare una parte e, spogliati dei titoli e segnaposti, portiamo alla luce Chi veramente siamo: pura essenza d’amore.

    Contattare la nostra natura autentica è lo scopo dell’esistenza che si svolge dietro una maschera forse proprio per diventarne consapevoli, smascherando le divisioni che la nostra mente produce dentro e fuori di noi.

    In realtà non siamo affatto separati, siamo Uno con tutto e con tutti, con la Creazione come con i fratelli, ed è solo quando lo sperimentiamo che riconosciamo i giochi di coloro che ci dividono mettendoci uno contro l’altro, per poterci controllare.

    È uno schema antico quello del dìvide et ìmpera (letteralmente dividi e comanda), ma se lo vediamo, torniamo ad essere uomini e donne liberi di scegliere l’unità cioè il Paradiso che, se non fosse di questo mondo, non potrebbe di certo chiamarsi terrestre.

     
    #6 febbraio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     



    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

  • bellezzanelquotidiano15

    CONTORNARSI DI BEI FUSTI FA VIVERE MEGLIO

    Sono stati gli alberi, a stregarmi. È successo in Finlandia quando, per una settimana, ho vissuto immersa nella foresta all’interno di un cottage interamente costruito con tronchi di abete.

    Tutt’intorno solo pini, pecci, betulle e fiocchi di neve che, grazie alle glaciali temperature lapponi, si posavano intatti sulla coltre immacolata.

    Ogni giorno mi tuffavo nella bellezza di quel candido manto di cristalli che mi accoglieva asciutto e girovagavo fra i giganti austeri e i giovani fuscelli che, piegati dal niveo peso, sorridevano tanto al mio perdermi, quanto alla mia tranquillità di sentirmi avvolta da un abbraccio amico.

    Poi sono tornata, ero innamorata cotta e qui calerebbe il sipario, se non fosse che prima di allora non sapevo che il mio cuore potesse frizzare impazzito non per un uomo, ma per la vita! Evaporavo amore, investivo d’entusiasmo luoghi e persone, non potevo farci niente, succedeva.

    Merito dei bei fusti? La scienza dice di sì.

    In Gran Bretagna hanno dimostrato come l’aumentata presenza di alberi nel raggio di 3 km dalle case, influisca in modo sostanziale sul benessere delle persone;

    Roger Ulrich, ricercatore dell'università del Delaware, ha scoperto che i ricoverati con identica patologia in un ospedale della Pennsylvania nelle camere con vista sugli alberi, venivano dimessi prima e avevano bisogno di meno antidolorifici rispetto ai ricoverati in camere vista muro;

    uno studio realizzato a Toronto ha stabilito che piantare 11 alberi in più per isolato, fa aumentare la qualità di vita dei singoli abitanti, come se il loro reddito pro capite annuo fosse superiore di 20.000 dollari;

    a Firenze lo scienziato Stefano Mancuso ha fatto eseguire un semplice test di attenzione a 2 gruppi di bambini, metà in aula con comodi banchi ma nessuna presenza di piante e l’altra metà nel parco della scuola: nonostante le maggiori distrazioni, i bambini seduti fra gli alberi hanno svolto in media il compito nella metà del tempo.

    Addentrandomi nelle verdi vicende, ho così scoperto che la presenza dei nostri saggi amici aumenta il benessere psicofisico dell’individuo, accresce la memoria e l’attenzione, diminuisce i crimini contro la persona, allevia la depressione, ha effetti benefici, oltre che sull’umore, sulle patologie cardiovascolari, riduce lo stress, abbassa la pressione sanguigna e, sul fronte dell’inquinamento e dell’emergenza climatica, rimuove l’anidride carbonica migliorando la qualità dell’atmosfera e purificando l’aria dagli inquinanti e dalle polveri sottili.

    Mi chiedo: perché non riempiamo le nostre case, le scuole, gli uffici, i negozi, le fabbriche e le città di piante?

    Tappezziamo gli edifici di rampicanti, orniamo balconi e piazze con alberi da frutta, trasformiamo periferie e centri in boschi, perché nella natura ci siamo evoluti ed è tornando alla natura che potremo rigenerarci.

    Ci pensate alla meraviglia di camminare in un centro urbano con la sensazione di essere in una foresta?

    Attiviamoci insieme, è di vitale importanza per la nostra salute e per la vita del pianeta. In quanto all’epilogo, è già scritto: attorniati da abbracci verdi, cuori fioriti e sguardi frondosi, finiremo per innamorarci tutti quanti, e allora sì che le nostre città scintilleranno di bellezza, indomabile entusiasmo e sorrisi. Milioni di sorrisi.

     
    #13 febbraio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano16

    ABBIAMO BISOGNO DI ESSER VISTI PER SENTIRCI VIVI

    È possibile che si arrivi a litigare con un amico per non averlo taggato in un post, come se la vita virtuale fosse più importante della vita reale, e apparire fosse diventato sinonimo di valere? Abbiamo bisogno di essere visti per sentirci vivi e meritevoli? Quanto le nostre azioni sono animate da nobili cause e quanto dal bisogno di metterci in mostra?

    Per comprenderlo possiamo farci aiutare da questa Quaresima che, indipendentemente dal nostro credo, ci indica tre possibili vie per guardare, attraverso il nostro bisogno di essere visti, le prigioni che ci abitano insieme alle soluzioni per uscirne.

    L’attesa della Pasqua, infatti, «ci fa entrare nell’autenticità facendoci sperimentare tre luoghi dove imparare a disintossicarci dal bisogno di essere visti, per recuperare il bisogno di essere veri - dice Don Rinaldo Bellini dall’Eremo di Sant’Emiliano di Padenghe sul Garda - Nessuno può risorgere se non accetta di morire a ciò che lo imprigiona».

    Le prigioni da rompere evidenziate dal Don sono tre: l’ego-ismo, il bastare a noi stessi e l’essere schiavi delle nostre mancanze. Se ci caliamo nella quotidianità, ci sarà facile individuare queste costanti che ci accompagnano e rendono pesante il nostro procedere.

    Quanto più facile sarebbe affrontare la vita se il nostro piccolo io scomparisse, se invece di sentirci soli, fossimo consapevoli dell’aiuto immenso che abbiamo a disposizione, e se trovassimo un cibo che sazia i nostri molteplici appetiti?

    La Quaresima ci suggerisce tre modalità universalmente valide, perché la questione non ha a che vedere con la nostra religiosità, ma con la spiritualità della vita, quel lato di noi al quale non possiamo sottrarci perché ci costituisce, come afferma anche il matematico e fisico ateo, nonché premio Nobel, Roger Penrose:

    «La coscienza quantistica di ogni essere vivente è indipendente dal corpo e potrebbe sopravvivere alla morte del cervello, per sopravvivere sotto diverse forme. Come? Nell’esistenza infinita…»

    Ecco allora elemosina, preghiera e digiuno, gli strumenti quaresimali che ci possono aiutare a guarire il nostro bisogno di apparire.

    L’elemosina, cioè l’accorgerci che non c’è solo un ‘io’, ma anche un ‘tu’ e che prenderci cura degli altri, in assoluto anonimato, ci affranca dal pensare solo a noi stessi;

    la preghiera, comunque noi la concepiamo, che è liberante nella misura in cui ci fa vedere i nostri limiti e ridimensiona il nostro delirio di onnipotenza e visibilità;

    infine il digiuno che, grazie allo stomaco vuoto, ci aiuta a percepire le nostre mancanze e a scoprire come svincolarcene.

    Se, quindi, desideriamo utilizzare queste settimane per la nostra crescita personale, osserviamolo il nostro bisogno di essere visti e affidiamolo alla Vita, perché non vale la pena correre per «guadagnare il mondo intero» se nella fretta perdiamo di vista la nostra anima intesa come Chi realmente siamo, e non come chi ci affanniamo a mostrare di essere.

    Forse, così facendo, non conquisteremo il pianeta, ma potremmo sfiorare la Bellezza nel Quotidiano che porta in sé la gioia di esistere.

     

     
    #20 febbraio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano17

    NON È MAI TROPPO TARDI PER LA TENEREZZA

    Quelle che state per leggere sono le ultime righe della lettera che, dal carcere, un condannato a morte ha inviato alla sua famiglia: «Bisogna giurare di non pensare più ad altro che ad amare, amare, aprire l’anima e le mani, guardare con il migliore dei nostri occhi, stringere ciò che amiamo contro di noi, e camminare senza angoscia, diffondendo tenerezza».

    Mi chiedo: se quest’uomo fosse stato ancora «a giro» per il mondo, avrebbe mai scoperto l’Amore, senso unico e ultimo dell’esistenza?

    Infiniti «perché» mi esplodono dentro; perché dobbiamo aspettare il punto di non ritorno per iniziare a capire qualcosa? Perché abbiamo bisogno di spingerci funambolescamente sull’orlo del precipizio, per assaporare l’essenza della vita?

    Qualsiasi sia la nostra risposta, sta di fatto che se non ci troviamo in una condizione di fine annunciata, sembra che l’aldilà non ci riguardi, quantomeno non oggi.

    Eppure siamo ancora in inverno, la stagione che ci mostra, insieme al morire, l’attesa della rinascita primaverile ma, pur facendo i dovuti scongiuri, potremmo anche non arrivarci, al prossimo equinozio, essendo tutti appesi al misterioso filo dell’esistenza che gioca a renderci tanto invincibili, quanto vulnerabili.

    Partendo allora dall’ineluttabile certezza del progressivo sgretolarsi del nostro corpo, proviamo a immaginarcela davvero, questa fine, come se ci trovassimo realmente nei panni del detenuto della lettera.

    Chiudiamo gli occhi. Siamo in un letto in compagnia del nostro cuore che batte i suoi ultimi rintocchi. Una manciata di ore ci separa dal Grande Salto. Siamo soli con noi stessi, con la paura, con i rimpianti, con l’immensità dei «se l’avessi saputo».

    È il giorno della verità; siamo nati con la facoltà di spiccare il volo o di restare a terra e abbiamo solo carta e penna per lasciare il nostro saluto gentile, se avremo scelto la leggerezza dell’amore, di condanna, se sarà stata la rabbia a rendere greve il nostro strisciare. In entrambi i casi, i mille travestimenti che avranno affollato il nostro guardaroba saranno svaniti e nell’armadio ci sarà solo chi veramente siamo.

    Io quel momento l’ho sfiorato, ma non ho potuto lasciare alcuna considerazione giacché la scritta «game over» é comparsa all’improvviso a causa di una caramella che mi si era incastrata nelle vie aeree, impedendomi di respirare.

    Dopo essermi inutilmente dimenata, l’aria a mia disposizione è finita e io mi sono arresa all’evidenza della fine. In quell’istante ho smesso di soffrire l’apnea, una profondissima pace mi ha avvolta e, immersa nella quiete assoluta, ho sentito la caramella scivolare giù.

    Quando l’ondata della paura si è infranta sulla battigia della mia giovinezza, l’aria ha ricominciato a fluire nei polmoni a braccetto dell’umana impermanenza come se, nel mollare il controllo, «Qualcosa» di immensamente grande avesse agito al posto mio.

    Mi chiedo: cosa succederebbe se, consapevoli della nostra precarietà, osassimo lasciar timonare questo «Qualcosa» nelle ultime tre settimane di bonaccia invernale?

    Io credo che rischieremmo grosso; l’autentica meraviglia che ci frulla dentro esonderebbe e, il 21 marzo, potrebbe sbocciare l’alba di un nuova primavera, quella che avremmo potuto non vedere, quella che l’inverno ci avrà insegnato a vivere. E ad amare.

     

       
    #27 febbraio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano18

    LA REALTA' OLTRE LA TENDA DELL'ILLUSIONE

    Era da alcuni mesi che non vedevo Marta, una bella signora dalla mente vivace e lo sguardo curioso che porta i suoi ottant’anni con brio e disinvoltura.

    Il giorno prima del nostro incontro, al telefono, mi aveva detto una frase che mi aveva attorcigliato addosso un punto di domanda: «Ti avverto che mi troverai molto invecchiata».

    Cosa poteva esserle successo? Ebbi la risposta il mattino seguente quando ci vedemmo.

    Marta non era affatto cambiata, era elegante, fresca di parrucchiere, misteriosa dietro i grandi occhiali alla Sophia Loren ma, come poi mi spiegò, il problema risiedeva nei suoi occhi che, dopo un’operazione di rimozione della cataratta con correzione di un difetto visivo, si erano riaperti su un nuovo mondo.

    «Quando sono stata dimessa e ho cercato il telefono in borsa, mi sono vista le mani. Erano mani da vecchia! Io non avevo quelle vene e quelle macchie prima dell’operazione! Ero sconvolta e ancora mi mancava il viso, non ti dico lo shock, perfino i denti erano orribili, ho dovuto subito sbiancarli. E i miei figli? Pensavo fossero belli, invece erano brutti! Per non parlare di tutti gli altri…»

    Quel giorno, oltre a chiedermi quanto decrepita apparissi agli occhi di Marta, mi sono interrogata sulla visione nostra sul mondo e del mondo su di noi.

    È stato allora che ho scorto il velo, quello che, per ingentilire la realtà, costruiamo sugli occhi opacizzando, giorno dopo giorno, il cristallino, cioè la lente che ci permette di mettere a fuoco le immagini;

    iniziamo con una sottile tendina mentale quando quel che ci si palesa innanzi non ci va, come l’invecchiamento, la falsità, l’abbandono, la solitudine, l’ingiustizia e, se il nostro sguardo continua a inquadrare situazioni che ci infastidiscono o ci turbano, il velo del «vorrei non averlo visto» si inspessisce e mi chiedo se, negli anni, non potrebbe passare dalla psiche al soma, trasformandosi in cataratta o altro difetto oculare.


    Gli occhi, infatti, rappresentano la nostra capacità di guardare noi stessi, gli altri e la vita, a volte con mente aperta e curiosa (occhi grandi), altre con mente analitica e riservata (occhi piccoli) e se iniziamo ad avere problemi di vista, oltre che andare dal medico o impegnarci nel Visual Training (ginnastica oculare), chiediamoci: riusciamo ad accettarlo il film che ci scorre innanzi o, per non vederlo, stiamo costruendo e anteponendo alla scena reale, la nostra pellicola autoprodotta?

    In quanto alla visione del mondo su di noi, ne siamo condizionati?

    Quanto importante è apparire in un certo modo e quanta paura abbiamo di mostrarci per quello che siamo?

    Per saperlo mettiamoci davanti allo specchio: se ci vediamo pieni di difetti e sorridiamo, siamo liberi; se, invece, ci scopriamo vittime del nostro e altrui giudizio, siamo schiavi. L’importante non è essere né l’uno, né l’altro, ma notarlo, giacché osservarci oltre la tenda dell’illusione, è il primo passo per aprirci ad una visione altra che, nel profondo di noi, esiste già.

    A questo punto, prigionieri o liberi spettatori del nostro sguardo che siamo, non ci resta che celebrare la bellezza di questa nuova consapevolezza, regalandoci il piacere di contemplare la perfezione di un fiore, di una ruga, di una tazzina fumante di caffè. Corretto sorriso.

     

       
    #6 marzo 2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano19

    UNA RISATA PER LA TERAPIA DEL BUONGIORNO

    Nell’antica Cina c’erano tre monaci che giravano per i villaggi diffondendo gioia; non dicevano nulla, solo si mettevano al centro della piazza e iniziavano a ridere contagiando, con la loro allegria, coloro che incuriositi si avvicinavano.

    Quando l'ilarità arrivava a coinvolgere tutti gli abitanti, i saggi partivano alla volta di un altro paese.

    Nessuno sapeva perché quei tre ridessero, si diceva che avessero scoperto una sorta di «scherzo cosmico» che rendeva la vita leggera.

    Con il passare degli anni i monaci invecchiarono e un giorno, nella piazza di un villaggio, uno dei tre morì.

    Gli altri due non persero il buonumore e prepararono la pira funeraria. Nel deporre il cadavere sulla catasta di legna, i monaci si accorsero che, nelle vesti del morto, c’erano alcuni fuochi d’artificio che presto esplosero trasformando il funerale in festa.

    I due amici si misero a ballare via via seguiti dalla gente, e quella morte si trasformò in una nuova vita.

    Potrebbe sembrare eccessiva, questa storiella, ma contiene un’importante verità: ridere fa un gran bene e numerosi studi scientifici l'hanno dimostrato.

    Il Dr. Fry dell’Università di Stanford, affermò ancora negli anni ’60, che la risata profonda è un esercizio fisico che rinforza il sistema immunitario, diminuisce la probabilità di infezione delle vie respiratorie e produce endorfine.

    Il Dr. Berk, della Loma Linda University, scoprì che l’aspettativa della risata, al pari della risata stessa, fa aumentare gli anticorpi e aiuta altresì il cervello nella regolazione del cortisolo e degli ormoni dello stress;

    inoltre un esperimento su un gruppo di pazienti ai quali furono fatti vedere, ogni giorno per un anno, trenta minuti di spezzoni di film umoristici, evidenziò un notevole innalzamento del colesterolo buono e una diminuzione del 60% delle proteine C reattive associate al diabete di tipo 2.

    Altre ricerche dimostrarono che la risata riduce il rischio di patologie cardiache, agisce come antidolorifico e come antidepressivo, diminuisce la pressione sanguigna ed è energizzante per la mente e per il corpo.

    Alla luce di tutto questo, perché non introdurre nelle nostre case la terapia del buongiorno? Non sarà difficile. Il mattino, davanti allo specchio, potremmo ridere del nostro essere arruffati di sogni e sbadigli, dello sguardo a mezz’asta ancora immerso nei voli onirici o dell’improponibile look da appena svegli.

    In seguito, durante la giornata, potremmo dedicare alcuni minuti ad un libro o ad un film comico, alla pratica dello yoga della risata, all’auto-produzione mentale di immagini leggere o al ricordo di eventi che ci hanno fatto sbellicare dalle risate.

    Tutto questo non solo ci aiuterà molto, nell’immediato, ma sarà anche un prezioso riflesso dell’inesauribile sorgente di «allegria cosmica» che non ha mai smesso di zampillare fuori e dentro di noi.

    Ci sono Maestri spirituali, religiosi e laici, che vivono immersi in questa Fonte.

    Costoro si sono abbandonati alle profondità del loro Sè e, come i tre monaci della storiella, sperimentano uno stato di perenne letizia; non sono pazzi, ma preziosi testimoni dell’oltre, un oltre che già ci appartiene e che, paziente, attende il nostro risveglio.

     

       

    #13 marzo 2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano2

    RIPARTIRE SENZA UN PEZZO DI SÈ 

    Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato in ospedale il giorno del suo venticinquesimo compleanno, Daniel, ma l’alcol che gli scorreva nelle vene l’aveva fatto correre a rotta di collo sullo sterrato di montagna e l’ultimo ricordo che conservava, era quello della ragazza sul sellino posteriore della moto con il seno compresso contro la sua schiena. Poi il vuoto e il risveglio notturno qualche giorno dopo in un letto d’ospedale.

    Tutto era immobile mentre Daniel apriva gli occhi; la sua mente, annebbiata e calma, era incapace di ricordare cosa gli fosse successo, così come di riconoscere il luogo dove si trovava. Il silenzio era interrotto solo dai suoni metallici dei monitor e dai passi leggeri dell’infermiera, mentre lui ancora non sapeva che due delle sue vertebre si erano spezzate e che le sue gambe non sarebbero più state in grado di calpestare la terra.

    L’incidente aveva sezionato in due il suo corpo e la sua esistenza che da allora sarebbe stata un prima e un dopo quell’istante che gli aveva portato via un pezzo di sé. Di colpo tutto era cambiato, per fortuna.

    Sì perché quel prima apparentemente esaltante con le numerose competizioni sportive, le donne da consumare, le nottate annebbiate dall’alcol e dal fumo, lo aveva appagato senza riuscire, tuttavia, a colmare il vuoto che lo abitava.

    E allora aveva dovuto ogni giorno alzare l’asticella dello sballo e del pericolo e più l’aveva alzata, più il vuoto lo aveva inghiottito allontanandolo inesorabilmente dalla Vita con la “V” maiuscola.

    Ho conosciuto Daniel cinque anni dopo quel giorno, lui e la vivacità del suo sguardo. Daniel non è solo bello, è un ragazzo pieno di vita; insegna ping pong a chi ha avuto un appuntamento con il destino simile al suo, scia, gioca a tennis, vive con entusiasmo la sua storia d’amore, esce con gli amici, va per boschi, ama dormire da solo in tenda sulla spiaggia, studiare biologia e anatomia, approfondire la scienza dell’alimentazione e le proprietà delle erbe medicinali.

    Adesso Daniel è un appassionato della vita, uno che ama penetrarne i misteri, scoprire i giochi della mente e sperimentare la meraviglia dell’affidarsi con fiducia al cuore. Quel vuoto che lo spingeva a strafare si è colmato e il suo onorare la vita con i tanti interessi non è più un bisogno, ma un rendere grazie.

    Io con Daniel ho solo un problema: quando ci troviamo, immancabilmente ci dimentichiamo della sua paraplegia con annessa sedia a rotelle, finendo per ritrovarci in situazioni ridicole e scoprendo ogni volta che l’unico limite è quello che esiste nella nostra testa perché, alla resa dei conti, si può benissimo prendere una seggiovia e raggiungere la vetta di una montagna anche in sedia a rotelle.

    Daniel è diventato un dono per tutti, la sua capacità di vedere la bellezza ovunque è contagiosa, la sua mente frizza di nuove idee, l’entusiasmo illumina il suo volto. E poi sorride spesso e non solo; lui ringrazia per quello che ha, occhi sani affacciati sul mare della sua Sardegna, braccia forti per stringere gli amici, una mente lucida per dedicarsi ai suoi studi e un cuore grande che non smette di amare la vita e di cogliere il dono di ogni alba portatrice di nuove opportunità.

    7 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI

     

  • bellezzanelquotidiano20

    DOMANI È PRIMAVERA, CELEBRIAMO!

    Lo sento nello sbuffare del lago, nel rombo del tuono che rabbuia il cielo, nelle gocce pesanti che annunciano lo scroscio, nella pianura riarsa che, all’improvviso, si disseta. È nelle rocce che si tingono di rosa e nel vento che mi percuote. È nel bosco che attende l’esplosione della gioia, nella risata argentina delle primule, nella danza dei merli.

    Lo respiro nelle foglie secche ancora strette ai rami di quercia, nelle lamelle d’ulivo che riflettono i baci del sole, nel chiacchiericcio delle viole lungo il torrente.

    Lo vedo ovunque, impregna l’intera creazione. È l’Amore.

    Celebriamolo domani mattina a colazione, per ringraziare l’arrivo del primo giorno di primavera e del nostro essere ancora qui, acciaccati e malconci, delusi e preoccupati, sorridenti e speranzosi, ma ancora qui a vivere l’esplosione dell’amore che niente e nessuno potrà fermare.

    Ingrediente numero uno, un fiore, testimone gentile della Forza che ci ama. Se così non fosse, Lei, la Vita, non avrebbe creato un’infinità di variopinte opere d’arte dai petali perfetti, dal timido effluvio, dal rigoglioso splendore.

    La musica potrebbe essere il «Buongiorno a te» di Pavarotti, un inno alla vita da diffondere ad alto volume nell’aria: «È danzando la vita che tu imparerai, che ogni grande proposito è un passo che fai, è un giorno nuovo e prego che sia tutto da ballar… con te!»

    Ci pensate alla meraviglia di migliaia di finestre aperte che inondano le strade di musica mentre, sintonizzati nel salutare la primavera, cantiamo o danziamo il valzer in cucina, sul terrazzo, per strada, in macchina?

    Questa non è mancanza di rispetto nei confronti della sofferenza umana, ma è volgere ogni giorno l’attenzione verso ciò che di bello la vita ci dà.

    Infine potremmo gustare, a piccoli sorsi, parole a noi care; le mie saranno di Rudyard Kipling che in «Se» scrive: «(…) se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono, (…) se riesci, incontrando il successo e la sconfitta, a trattare questi due impostori allo stesso modo, (…) o vedere le cose per le quali hai dato la vita distrutte, e umiliarti, e ricostruirle con i tuoi sentimenti ormai logori,

    (…) se riesci a ricominciare da dove iniziasti, senza dire mai una parola su quello che hai perduto, (…) se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più, ed a resistere quando ormai in te non c'é più niente tranne la tua volontà che ripete “resisti!”, (…) allora tua é la terra e tutto ciò che é in essa e, quel che più conta, sarai un uomo, figlio mio».

    Insieme ai tanti «se» che ci spezzano dentro rubandoci la voglia di festeggiare, può esserci una tovaglia fresca di bucato e un «grazie» ai rintocchi fedeli del nostro cuore che, anche quando la tristezza ci strizza le viscere, sempre ci sorregge.

    Mentre procediamo a fatica, il sipario sta per aprirsi sulla luce del nuovo inizio, il mondo si tinge di rinascita e la bellezza ci avvolge nelle nuvole che ci sovrastano e nella terra che si lascia calpestare.

    C‘è Qualcosa di immenso fuori e dentro di noi, non dobbiamo aver paura, la sensazione di essere separati è illusoria: non siamo soli, non lo siamo mai. Sorridiamo. È primavera!

    Link al Buongiorno a te di Pavarotti

       

    #20marzo 2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano21

    LA SCIENZA DEI MIRACOLI DIPENDE DA NOI

    Non sappiamo come andrà a finire questa situazione virulenta, ma se potessimo aprire una finestra sul futuro, potremmo sorprenderci nel constatare scenari totalmente diversi rispetto alle ipotesi attuali.

    Questo perché, spiega la scienza, oltre al meccanismo di causa-effetto che ci permette di calcolare, sulla base degli attuali parametri, cosa succederà, esistono eventi che ribaltano completamente le carte in tavola; si chiamano punti di singolarità e innescarli dipende da ognuno di noi. Vediamo come.

    Allo stato attuale sperimentiamo di continuo che una data causa produce un determinato effetto; mettiamo la moka sul gas e in pochi minuti gorgoglia il caffè, lanciamo un oggetto sul divano e prevediamo dove arriverà, in un’incessante staffetta causa-effetto che la scienza chiama determinismo. In forza della concezione deterministica e della paura che respiriamo, il quadro del nostro domani rischia di apparire imbrattato da una grande macchia nera.

    Le situazioni, tuttavia, possono evolvere diversamente grazie alla singolarità della quale si occupò, già nel 1873, James Clerk Maxwell.

    Nei pressi di un punto di singolarità, spiegò il famoso fisico e matematico scozzese, non è più vero il principio deterministico causa-effetto, perché minuscole impercettibili variazioni delle condizioni iniziali, possono provocare negli eventi successivi, immense differenze dalle conseguenze quasi sempre irreversibili.

    Questa affermazione è gigantesca: che la scienza stia spiegando i miracoli?

    Maxwell osserva inoltre che «esiste una grande quantità di "energia potenziale” (in senso proprio per i sistemi fisici e metaforico per i sistemi sociali) che può liberarsi solo quando un certo parametro raggiunge un valore di soglia» (Wikipedia), il che significa che ognuno di noi può contribuire al raggiungimento di quella soglia che spalanca orizzonti fino a pochi secondi prima inimmaginabili, coltivando in sé la singolarità, tornando a fidarsi di Qualcosa che non sia la materialità logico deterministica che in questo tempo è cresciuta a dismisura, e lasciando che lo spirito occupi uno spazio importante della giornata.

    «Non deprimetevi osservando le cose del mondo, perché non procedono solo per causa ed effetto. Esistono anche i miracoli! Tutto può cambiare contro ogni previsione logica a patto che noi, consapevoli dell’esistenza della singolarità, la alimentiamo con il nostro lavoro sullo spirito» recita Antonio Bilo Canella nel video ‘Il Ritorno dei Miracoli’.

    E allora forza! Insieme possiamo moltiplicare esponenzialmente le energie e raggiungere le vette miracolose dell’esistenza.

    Cominciamo questo luminoso viaggio, non siamo soli. «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» dice Gesù.

    Non è magnifico vedere come la verità sia una, ma molteplici le vie per arrivarci?

    Scienza e spiritualità insieme ci dicono che ognuno di noi è responsabile della salvezza del mondo e questo va creduto e alimentato con la fede, se confidiamo in Dio, o con lo studio approfondito della matematica e della fisica se ci facciamo guidare dalla razionalità.

    Qualsiasi sia la strada scelta, rallegriamoci fin d’ora e ringraziamo il nostro essere unici, indispensabili tasselli al servizio della Vita.

       

    #27marzo 2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano22

    PASQUA SIGNIFICA PASSARE OLTRE 

    Ero al supermercato quando, fra peperoni rossi e candidi daikon, ho captato nell’aria una voce inviperita che affermava perentoria: «Mi spieghi perché dovrebbe essere una buona Pasqua?»

    Non era mia intenzione origliare discorsi altrui, ma in quei pochi minuti di permanenza nell’oasi salutare del reparto vegetale, non ho potuto evitare l’ascolto di una slavina di negatività che, in pochi secondi, era già valanga.

    Ho gettato una rapida occhiata alla signora che, con un sacchetto di patate in mano, si stava sfogando, e alla sua interlocutrice che incassava, rabbuiandosi.

    Mentre mi allontanavo dalla tempesta verbale, una grandinata di punti di domanda mi si è abbattuta addosso: perché nelle parole udite non c’era stato un benché minimo accenno alla giornata piena di sole, ai trilli festosi degli uccellini, ai petali di ciliegio nell’aria?

    Nonostante gli alberi esplodessero di gioia, i merli si corteggiassero e il cielo terso colorasse d’azzurro ogni sguardo, pensieri grigi usurpavano le menti affaccendate fra le corsie del negozio, come se non esistesse un’altra possibilità.

    Eppure la parola Pasqua significa passaggio, liberazione, passare oltre, ed è proprio di questo che abbiamo bisogno quando le nostre paure e incertezze costruiscono spaventose muraglie.

    Gesù, sia che lo approcciamo come personaggio storico realmente vissuto, sia che crediamo in lui come Salvatore, è venuto a portare a TUTTA l’umanità un messaggio d’amore immenso, talmente immenso da oltre-passare le brutture della vita, le calunnie, i tradimenti e la crocifissione.

    Pasqua ci ricorda che, per privilegio di nascita, abbiamo tutti diritto ad essere salvati da questo amore nella misura in cui, naturalmente, desideriamo lasciarlo entrare, attraverso lo sguardo cordiale di un passante, il trillo festoso di un usignolo o le nuvole che, vestite di rosa, attendono che la luna rischiari anche la notte più nera.

    Perché non provare a vedere la bellezza nel quotidiano? A riferire dieci cose belle prima di confidarne una brutta?

    Davanti agli occhi abbiamo un Uomo che ha continuato a vedere bellezza e amore persino quando è stato ucciso, e questo stesso amore, non dimentichiamolo, è vivo e presente in ognuno di noi.

    È una forza straordinaria, arde in ogni cuore, è capace di perdonare e persino di continuare ad amare anche chi ci fa (e si fa) del male.

    Quando ringraziamo il giorno che sorge su tutte le difficoltà umane e sorridiamo al nostro essere esausti, stiamo amando.

    E stiamo amando anche quando mettiamo un fiore cresciuto a bordo strada sul parabrezza di uno sconosciuto, perché l’amore che la Pasqua ci ricorda, è incondizionato, non un mezzo per ottenere qualcosa, ma un fine, il fine unico dell’esistenza.

    E “allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace” (Erri de Luca) che, anche solo per un giorno, indosserete gli occhiali dell’Amore e risorgerete a vita nuova!

    Buon passaggio a tutti. Dal profondo del cuore.


    #3aprile2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano23

    ARRENDERSI A QUEL CHE COMUNQUE ARRIVA

    L’ho incontrata all’ombra di una quercia spogliata di tutte le foglie e pronta a rinascere, Anna. La sua voce sottile mi ha raccontato una storia. A volte fra sconosciuti le parole scivolano più facilmente e sorprendono per le intimità che svelano.

    «Non l’ho mai fatto, sai, di starmene ai piedi di un albero senza fare niente - ha esordito Anna - Non faceva per me, non ne avevo il tempo. Avevo obiettivi da raggiungere, aerei da prendere, amici da frequentare e un lavoro impegnativo.

    Ero super organizzata, tutto si incastrava e, solo adesso che osservo il film, mi accorgo di aver viaggiato a bordo di un treno dall’interno del quale vedevo il tempo correre, mentre io restavo ferma nello stesso punto, il punto di chi, nel tentativo di controllare la propria vita, non la vive.

    Mentre la galoppata con i paraocchi procedeva, capitava che mia nonna mi dicesse: “Pensa di meno e affidati di più, dì semplicemente ‘Sia fatta la Tua Volontà’”, ma erano litanie d’altri tempi che, oltre a non comprendere, evocavano in me una quotidianità piatta con il rischio di un gran finale in croce.

    E poi la vita era mia, come miei erano i sogni da realizzare e quel che contava era la mia determinazione fatta di responsabilità, attenzione verso il prossimo e sana spensieratezza».

    Nella vita di Anna tutto funzionò a ritmo serrato fino all’alba di un giovedì; quel giorno la donna stava procedendo a bordo del vagone che conteneva tutti i suoi programmi, senza porsi troppe domande sulla destinazione finale del convoglio, quando l’ultima fermata la sorprese con una violenta inchiodata e lei si ritrovò sbalzata a terra, rotta fuori e dentro, piena di botte e senza più paraocchi addosso. Fine corsa.

    Rimase a lungo stordita e addolorata a curarsi le ferite, poi transitò nel tunnel della rabbia, infine smise di ribellarsi e, in quel momento, sorrise.

    Non aveva dimenticato né risolto alcunché ma, di colpo, aveva smesso di combattere-condurre-controllare e, per un infinito istante, si era ritrovata a contemplare con sguardo fermo la realtà, e ad accettarla.

    Scoprì anni dopo di aver fatto esperienza del “qui e ora” sfiorando altresì la grazia del «Sia fatta la Tua volontà» predicata dall’amata nonnina, e guardò con tenerezza la sua armatura da condottiera che, per timore di croci e vita piatta, le aveva per anni impedito di abbandonarsi fiduciosa alla Volontà della Vita, che porta sempre e solo amore.

    Anna oggi continua a lavorare e a seguire i suoi interessi, ma con una diversa modalità; si è arresa a quel che comunque arriva, non si identifica né con i successi, né con i fallimenti, ma tratta entrambi come semplici accadimenti protagonisti del tempo presente.

    Non regala più energie ai rancori passati e alle incertezze future e, ogni tanto, si sdraia sull’erba e lascia che i colori del cielo si fondino con quelli della terra, nell’inseparabile anelito della Vita di mostrarle che le volontà personali sono solo travestimenti, mentre la reale Volontà è una sola e la si riconosce perché contiene la ricetta della gioia.

    Il risultato della rinascita primaverile di Anna è la pace che la pervade e che si respira accanto al suo immenso sguardo azzurro, chiarificato dalla vita.

     
    #10aprile2021
    #GiornaleDiBrescia


    LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI

  • bellezzanelquotidiano3

    AFFINCHÈ LA VITA NON SIA SOLO LOTTA

    Hai presente quando metti tutto il tuo denaro in un’attività nella quale credi ciecamente facendoti anche prestare denaro dagli amici che a loro volta credono in te?

    Hai presente la gioia di andare al lavoro con il cuore gonfio di passione? Ricevi commesse, chiami i fornitori, scherzi con i dipendenti e poi via in auto dal tuo cliente più importante che ti ha invitato a pranzo per parlarti di un nuovo affare.

    Ti senti realizzato ed è proprio lì, in quel frangente di esistenza che stai assaporando a grandi sorsi che, all’improvviso, tutto crolla.

    I tuoi beni, casa compresa, vengono messi all’asta, tua moglie non ti rivolge la parola, tuo figlio si vergogna di te, gli “amici” ti evitano tranne quelli che ti chiamano per poi parlottare alle tue spalle, il tuo cane va sotto una macchina e la tua, di macchina, torna alla concessionaria perché non puoi più pagare le rate del leasing.

    Non accetti nulla di tutto ciò, devi resistere e affrontare le battaglie una alla volta e, a tutti i costi, ogni pezzo tornerà al proprio posto.

    Un mattino ti alzi ed esci di casa insieme alla tua angoscia. Hai un appuntamento in banca e, mentre attraversi il parco della tua città, inizia a piovere.

    Ti rifugi sotto una grande quercia, lì l’acqua arriva filtrata dalle braccia dell’albero e tu, con la schiena appoggiata al tronco, mescoli le gocce dei tuoi occhi a quelle del cielo. Si è alzato il vento che schiaffeggia l’acqua contro il tuo viso, ma tu non ci fai caso, sei una statua di marmo che cerca solo di respirare.

    Ti accorgi che stai calpestando qualcosa, guardi a terra, è un libro dalla copertina blu. Lo raccogli, lo apri, leggi: “L’amore, la guarigione e un perdono autentico sono ben più semplici del dubbio, della preoccupazione, delle difficoltà di relazione, dei problemi economici, della fatica di capire come riparare tutto quello che si è rotto.

    Lasciar andare è molto più semplice che restare tenacemente attaccati, la fiducia dà molta più forza della resistenza. Il viaggio della vita non dovrebbe essere una lotta”.

    L’ultima frase rimbomba in te con la vertigine di un inaspettato KO, perché la tua vita è solo una lotta, tu devi riparare ciò che si è rotto e non puoi lasciar andare proprio un bel niente o sarai finito!

    Solo un pazzo può aver scritto quelle parole, eppure sei stordito da un minuscolo dubbio che ti si è infilato sotto pelle. “La fiducia dà molta più forza della resistenza”? No! Tu non ti fidi più di nessuno e resistere è l’unico imperativo possibile.

    Ma il dubbio è ancora lì e ti fissa, adesso ha la forma di una carezza che, dolcemente, ti scalda dentro.

    Ricominci a camminare, pioviggina ancora sul tuo viso, sai che in banca ti umilieranno eppure ti senti più leggero. Alzi lo sguardo; una fessura di luce ha spalancato il cielo plumbeo per colpirti con un raggio di sole.

    Sorridi. Lo sai che non ha senso, eppure sorridi, non puoi farne a meno. Nuove lacrime rigano il tuo viso, hanno il sapore della gratitudine e l’enormità di una certezza: non sei solo.

    14 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

    LEGGI GLI ARTICOLI PRECEDENTI