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NON È MAI TROPPO TARDI PER LA TENEREZZA

Quelle che state per leggere sono le ultime righe della lettera che, dal carcere, un condannato a morte ha inviato alla sua famiglia: «Bisogna giurare di non pensare più ad altro che ad amare, amare, aprire l’anima e le mani, guardare con il migliore dei nostri occhi, stringere ciò che amiamo contro di noi, e camminare senza angoscia, diffondendo tenerezza».

Mi chiedo: se quest’uomo fosse stato ancora «a giro» per il mondo, avrebbe mai scoperto l’Amore, senso unico e ultimo dell’esistenza?

Infiniti «perché» mi esplodono dentro; perché dobbiamo aspettare il punto di non ritorno per iniziare a capire qualcosa? Perché abbiamo bisogno di spingerci funambolescamente sull’orlo del precipizio, per assaporare l’essenza della vita?

Qualsiasi sia la nostra risposta, sta di fatto che se non ci troviamo in una condizione di fine annunciata, sembra che l’aldilà non ci riguardi, quantomeno non oggi.

Eppure siamo ancora in inverno, la stagione che ci mostra, insieme al morire, l’attesa della rinascita primaverile ma, pur facendo i dovuti scongiuri, potremmo anche non arrivarci, al prossimo equinozio, essendo tutti appesi al misterioso filo dell’esistenza che gioca a renderci tanto invincibili, quanto vulnerabili.

Partendo allora dall’ineluttabile certezza del progressivo sgretolarsi del nostro corpo, proviamo a immaginarcela davvero, questa fine, come se ci trovassimo realmente nei panni del detenuto della lettera.

Chiudiamo gli occhi. Siamo in un letto in compagnia del nostro cuore che batte i suoi ultimi rintocchi. Una manciata di ore ci separa dal Grande Salto. Siamo soli con noi stessi, con la paura, con i rimpianti, con l’immensità dei «se l’avessi saputo».

È il giorno della verità; siamo nati con la facoltà di spiccare il volo o di restare a terra e abbiamo solo carta e penna per lasciare il nostro saluto gentile, se avremo scelto la leggerezza dell’amore, di condanna, se sarà stata la rabbia a rendere greve il nostro strisciare. In entrambi i casi, i mille travestimenti che avranno affollato il nostro guardaroba saranno svaniti e nell’armadio ci sarà solo chi veramente siamo.

Io quel momento l’ho sfiorato, ma non ho potuto lasciare alcuna considerazione giacché la scritta «game over» é comparsa all’improvviso a causa di una caramella che mi si era incastrata nelle vie aeree, impedendomi di respirare.

Dopo essermi inutilmente dimenata, l’aria a mia disposizione è finita e io mi sono arresa all’evidenza della fine. In quell’istante ho smesso di soffrire l’apnea, una profondissima pace mi ha avvolta e, immersa nella quiete assoluta, ho sentito la caramella scivolare giù.

Quando l’ondata della paura si è infranta sulla battigia della mia giovinezza, l’aria ha ricominciato a fluire nei polmoni a braccetto dell’umana impermanenza come se, nel mollare il controllo, «Qualcosa» di immensamente grande avesse agito al posto mio.

Mi chiedo: cosa succederebbe se, consapevoli della nostra precarietà, osassimo lasciar timonare questo «Qualcosa» nelle ultime tre settimane di bonaccia invernale?

Io credo che rischieremmo grosso; l’autentica meraviglia che ci frulla dentro esonderebbe e, il 21 marzo, potrebbe sbocciare l’alba di un nuova primavera, quella che avremmo potuto non vedere, quella che l’inverno ci avrà insegnato a vivere. E ad amare.

 

   
#27 febbraio 2021
#GiornaleDiBrescia
 

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