
L'EQUILBRIO DEGLI STORTI
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Era da anni che lo specchio pendeva ma, vedendolo poco, avevo finito per dimenticarmene. Ora che l’ho davanti da giorni, mi disturba. Meglio nessuno specchio che uno specchio storto, quindi va raddrizzato.
Estraggo dal muro i tasselli, stucco, traccio i segni, misuro che tutto sia «a bolla», sollevo lo specchio, lo appendo. Non credo ai miei occhi. Tende ancora a destra. Che sia il muro fuori piombo? Verifico. È così.
L’impresa avrà anche lavorato «ammodino», come dicono i toscani, ma non in questa stanza.
L’oggetto era stato sì appeso ortogonalmente, ma l’effetto ottico della parete fuori sesto lo faceva sembrare sbilenco; risolvo attaccandolo inclinato e ora sia muro sia specchio paiono dritti.
Della serie: tra storti non solo ci si capisce, ma si dà vita a un nuovo apparente equilibrio; l’equilibrio degli storti.
D’altronde, quando le disarmonie sono piccolezze, è anche saggio tollerarle, ma se in gioco ci sono i valori cardine dell’esistenza, l'adattamento diventa un paravento che ci impedisce di evolvere.
Ammettiamolo. Siamo tutti sarti impegnati in un incessante lavoro sartoriale.
Quante volte abbiamo tagliato la giacca più lunga dietro per nascondere la nostra gobba?
Il rischio è che, a furia di mascherarsi per apparire fintamente dritti, ci si convinca di esserlo davvero, dritti.
«Non potevo fare altro», diciamo quando l’errore riguarda il nostro comportamento e, tra menzogne e silenzi, continuiamo a travestire le nostre curvature senza mai né vederle né accettarle né curarle almeno finché qualcuno non ci dirà: «Svegliati, sei gobbo!»
Quel giorno saremo ancora in grado di percepirci per chi realmente siamo? Forse no. Non è comodo. E nemmeno onorevole.
L’equilibrio degli storti è il tacito accordo tra anime claudicanti che decidono di zoppicare allo stesso ritmo per non sentirsi difettose.
È il compromesso di chi, trovato un incastro perfetto nei rispettivi limiti, si abitua progressivamente alle scorrettezze e ai non detti altrui, finendo per firmare una tacita tregua sul tavolo delle reciproche debolezze.
Eppure il mare cristallino del cambiamento è proprio davanti a noi; dov’è finito il coraggio di tuffarci? E i nostri sogni di felicità? Dove si sono nascosti?
Scegliere la quiete stagnante delle pareti sbilenche è di certo meno faticoso che demolire e ricostruire, ma il prezzo che paghiamo è altissimo: in gioco c’è la sfida dell’esistenza e ci siamo noi, noi che ci stiamo perdendo.
Aggrappati alle finzioni, ci siamo abituati a credere che basti inclinare un vetro per raddrizzare il destino, dimentichi che quel destino porta la nostra firma.
Osserviamoci.
Se siamo per un solo istante capaci di spietata onestà, possiamo compiere il miracolo del sarto: smettere di sagomare pezze per camuffare vergogne e iniziare a tessere un abito dell’anima così luminoso, nella sua abbagliante verità, da rendere le nostre malformazioni trascurabili.
È così che i difetti cessano di farci ombra e che il fragile equilibrio degli storti si trasforma nel maestoso coraggio di chi, invece di cucire inganni sul corpo e nel cuore rincorrendo geometrie artificiali, smette di abitare l’illusione della linea retta per indossare ed essere, finalmente, nuda verità.
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