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 13 ottobre 2020 

LA NOSTRA EREDITA' IN UNA SCATOLA 

 
In uno dei più grandi poemi epici indiani, il Mahabharata, fu chiesto al saggio Yudhisthira: «Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?» La risposta fu: «Che un uomo, vedendo gli altri morire intorno a lui, non pensi mai che anch’egli morirà».

Eppure siamo impregnati di morte almeno quanto lo siamo di vita, ma la fretta quotidiana riempie ogni anfratto del nostro tempo e, per la morte, sembra esistere un orologio che non smette mai di procedere, almeno non per noi, non oggi.

Mi chiedo: quando apriremo gli occhi sull’ultima alba della nostra vita, cosa avremo lasciato a chi resta? Io propongo THE BOX (la scatola).

The box si prepara mentre viviamo, è personale e destinata ai figli (e che siano nostri, di amici o parenti, poco importa).
Si tratta di una scatola di legno con coperchio, all’interno della quale mettere tutto ciò che ci ha fatto crescere, superare una prova, imparare una lezione significativa.

Ognuno di noi ha un libro che ha fatto la differenza? Ecco che una copia di quel testo troverà spazio nella scatola e, sulla prima pagina, scriveremo una dedica motivando il motivo del nostro dono.

The box potrà anche ospitare un disegno, un oggetto, una foglia secca (sempre con allegato il nostro perché), oppure una frase scarabocchiata su un foglio in un momento particolare, come: “Oggi ero assalita da ricordi dolorosi, poi ho scoperto due parole che, pronunciate con decisione, ponevano fine al mio star male.
 
Eccole: ‘Già visto!’. Mi sono infatti accorta, tesoro, che quel logorio interiore, io l’avevo già provato, e allora perché concedergli il bis? L’avevo ‘Già visto!', non faceva parte del momento presente, non avevo bisogno di soffrirne ancora”.

Quando mia nipote ha compiuto 18 anni, ho chiamato a raccolta tutti i libri importanti della mia vita, li ho acquistati, ho scritto su ognuno di loro il perché quel testo era stato per me significativo, li ho messi in una bella scatola, e glieli ho regalati.

Li ha letti? Ovvio che no, almeno non a quel tempo, ma anni dopo mi sono sentita dire: “Sai zia che ogni tanto apro la scatola e leggo uno dei tuoi libri?”.

Mi piace pensare a the box, sia come ad una scatola del pronto soccorso alla quale attingere nei momenti critici, sia come ad un tesoro da scoprire per celebrare le occasioni di gioia.

Troveranno the box (una o più di una) quando saremo morti e, che sia color legno o pitturata, porterà scritto in bella mostra il nome del destinatario; quel giorno ogni cosa che ci riguarda verrà considerata con un’attenzione nuova.

The box non può essere per i nostri amici o coetanei, perché con loro viaggiamo paralleli, ci confrontiamo, mentre è la generazione futura quella che, essendo ad una diversa tappa esistenziale, meno ci conosce nel profondo.

Preparare the box non ha la presunzione di renderci maestri di vita, ma solo di offrire ai nostri figli, oggi poco interessati come è logico che sia, a tematiche per noi fondamentali, una testimonianza che potrebbe rivelarsi una scorciatoia nella loro crescita.

Del resto, così come le scoperte del passato volte a migliorare il mondo hanno aiutato i posteri, lo stesso potrebbe avvenire sul fronte dell’evoluzione personale e, magari, un giorno la cosa più stupefacente potrebbe diventare che un uomo, vedendo gli altri morire, sorriderà pensando che anch’egli morirà.

The box, ricordandoci la nostra impermanenza, è un dono per noi che la riempiamo e, allo stesso tempo, diventa dono di se stessi per chi, un giorno, la troverà. Fra oggi e quel giorno c’è lo spazio di un sorriso.
 

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