#rubricalabellezzanelquotidiano

  • Affinchè la vita non sia solo lotta

    Hai presente quando metti tutto il tuo denaro in un’attività nella quale credi ciecamente facendoti anche prestare denaro dagli amici che a loro volta credono in te?

    Hai presente la gioia di andare al lavoro con il cuore gonfio di passione? Ricevi commesse, chiami i fornitori, scherzi con i dipendenti e poi via in auto dal tuo cliente più importante che ti ha invitato a pranzo per parlarti di un nuovo affare.

    Ti senti realizzato ed è proprio lì, in quel frangente di esistenza che stai assaporando a grandi sorsi che, all’improvviso, tutto crolla.

    I tuoi beni, casa compresa, vengono messi all’asta, tua moglie non ti rivolge la parola, tuo figlio si vergogna di te, gli “amici” ti evitano tranne quelli che ti chiamano per poi parlottare alle tue spalle, il tuo cane va sotto una macchina e la tua, di macchina, torna alla concessionaria perché non puoi più pagare le rate del leasing.

    Non accetti nulla di tutto ciò, devi resistere e affrontare le battaglie una alla volta e, a tutti i costi, ogni pezzo tornerà al proprio posto.

    Un mattino ti alzi ed esci di casa insieme alla tua angoscia. Hai un appuntamento in banca e, mentre attraversi il parco della tua città, inizia a piovere.

    Ti rifugi sotto una grande quercia, lì l’acqua arriva filtrata dalle braccia dell’albero e tu, con la schiena appoggiata al tronco, mescoli le gocce dei tuoi occhi a quelle del cielo. Si è alzato il vento che schiaffeggia l’acqua contro il tuo viso, ma tu non ci fai caso, sei una statua di marmo che cerca solo di respirare.

     

    Ti accorgi che stai calpestando qualcosa, guardi a terra, è un libro dalla copertina blu. Lo raccogli, lo apri, leggi: “L’amore, la guarigione e un perdono autentico sono ben più semplici del dubbio, della preoccupazione, delle difficoltà di relazione, dei problemi economici, della fatica di capire come riparare tutto quello che si è rotto.

    Lasciar andare è molto più semplice che restare tenacemente attaccati, la fiducia dà molta più forza della resistenza. Il viaggio della vita non dovrebbe essere una lotta”.

    L’ultima frase rimbomba in te con la vertigine di un inaspettato KO, perché la tua vita è solo una lotta, tu devi riparare ciò che si è rotto e non puoi lasciar andare proprio un bel niente o sarai finito!

    Solo un pazzo può aver scritto quelle parole, eppure sei stordito da un minuscolo dubbio che ti si è infilato sotto pelle. “La fiducia dà molta più forza della resistenza”? No! Tu non ti fidi più di nessuno e resistere è l’unico imperativo possibile.

    Ma il dubbio è ancora lì e ti fissa, adesso ha la forma di una carezza che, dolcemente, ti scalda dentro.

    Ricominci a camminare, pioviggina ancora sul tuo viso, sai che in banca ti umilieranno eppure ti senti più leggero. Alzi lo sguardo; una fessura di luce ha spalancato il cielo plumbeo per colpirti con un raggio di sole.

    Sorridi. Lo sai che non ha senso, eppure sorridi, non puoi farne a meno. Nuove lacrime rigano il tuo viso, hanno il sapore della gratitudine e l’enormità di una certezza: non sei solo.

     

  • bellezzanelquotidiano1

    LA LEZIONE DELL'ANATRA
     

    Ho incontrato un’anatra che mi ha spiegato la vita.

    Era un germano dal collo verde smeraldo, il becco giallo e le ali screziate sulle tonalità del marrone. L’anatra si trovava all’interno di un cancello confinante con la spiaggia e quando il mio cane, passandole davanti, l’ha vista, lei ha iniziato ad agitarsi nonostante non avesse di che temere trovandosi al sicuro all’interno della recinzione.

    Il mio pastore tedesco,che non vuole azzannare ma solo rincorrere, balzava avanti e indietro con l’intento di far volare l’anatra verso il lago e galoppare al di sotto della traiettoria alata.

    Il germano, al di là della rete, ha iniziato a preoccuparsi e a zampettare muovendosi a zig zag, il cane a saltare, il germano a starnazzare nonostante, lo ripeto, fosse già al sicuro nella proprietà che lo ospitava.

    Poi è successo l’imprevedibile: la bestiola in panico, invece che volare, si è diretta verso la recinzione riuscendo, strisciando, ad infilarsi sotto il cancello proprio dove il cane la stava aspettando.

    Il pastore tedesco si è quindi trovato a sorpresa il pennuto fra le zampe, ma non ha fatto nulla perché l’anitra camminava appena e lui ama la corsa. La poveretta, con il cuore a mille, si è diretta svelta verso l’acqua, mentre il cane mi guardava immobile e sorpreso per quel finale inaspettato.

    Mi spiace che il germano se la sia vista brutta e che non abbia spiccato il volo, ma quel che è successo è stata una lezione di vita: l’anatra ha fatto un gran cancan e, a causa della propria ansia, ha agito d’impulso buttandosi volontariamente fra le zampe del cane, rischiando la morte.

    Lo stesso accade a noi che siamo già al sicuro fra le braccia della Vita (o come desideriamo chiamarla, Padre, Dio, Amore…) ma che, quando ce ne dimentichiamo, ci agitiamo e facciamo le sciocchezze più assurde, come buttarci nelle fauci dello spaventatore e, sia che esso sia una persona o una situazione, ci roviniamo con le nostre stesse mani o zampe.

    È una slavina inevitabile, dove c’è paura non c’è Fede-Fiducia-Amore e possiamo solo finire fra le grinfie di chi o cosa ci tiene in scacco con l’arma del terrore. Ma la tranquillità di essere fra le braccia dell’amore, “figli dell’immensità”, come cantava Lucio Battisti, è il dono e lo strumento più potente che ci sia e l’abbiamo tutti come diritto di nascita.

    Noi siamo già al sicuro. E doveva venire un’anatra a dircelo?

    31 ottobre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano10

    FAR DEI GIORNI A VENIRE UN CAPOLAVORO DEL CUORE

    Quest’anno è iniziato con un incontro bellissimo: Chiara Lubich, una ragazza che ha fatto di ogni suo giorno, un capolavoro. È successo domenica scorsa guardando su RAI 1 il film sulla sua vita ambientato a Trento durante la seconda guerra mondiale, quando la città era bombardata dagli alleati e violentemente occupata dalle truppe naziste.

    La giovane Chiara insegnava alle elementari e studiava filosofia, ma quello che la rendeva straordinaria era il suo cuore, l’ascolto che ne faceva e il coraggio infinito che da quell’ascolto scaturiva.

    Mi sono interrogata sulla parola ‘coraggio’ che viene da ‘cor habeo’, ‘avere cuore’ e sul suo contrario, la paura, e mi sono chiesta: che si abbia paura quando non si è nel cuore? La dimostrazione vivente l’ho trovata nella ventitreenne Chiara che, fra morti, violenze e case sventrate, infiammata d’amore per Gesù, non ha avuto paura.

    E noi? In questo inizio anno vogliamo riflettere su come fare dei giorni a venire il nostro capolavoro del cuore?

    Dopo tutto se siamo vivi è perché abbiamo ancora qualche carta da giocarci e, per farlo, non è necessario avere un progetto ben delineato, nemmeno la Lubich lo aveva; lei voleva solo rispondere al dolore della guerra cercando di essere d’aiuto a più persone possibili e, semplicemente, faceva per tutti quel che noi facciamo per coloro che amiamo.

    Mi è piaciuto sentirla dire, in un’intervista, che molti uomini non vivono perché non vedono, e non vedono perché guardano al mondo con i loro occhi invece che con l’occhio di Dio.

    Lei, grazie a quello sguardo divino, percepiva il misterioso legame che unisce uomini e cose e, fra paura (buio) e amore (luce), le forze che governano l’umanità, si era abbandonata totalmente all’amore facendosi strumento di luce nelle mani di Dio.

    Nel film, poi, ci sono due frasi dalla potenza dirompente; una è verso la fine quando suo fratello, ex partigiano, si trova davanti l'uomo che l’ha fatto torturare e Chiara dice: “Decidi tu cosa fare di lui. Ricordati che non c’è futuro senza perdono”.

    L’altra viene pronunciata in un momento difficile quando un’amica afferma: “Non c’è rosa senza spina” e Chiara risponde: “Non c’è spina senza rosa”, come a dire che su ogni lacrima fiorisce un sorriso nuovo, quando ci si arrende fiduciosi all’amore.

    E allora sorrido. Sorrido a quella luce indomabile che tutti abbiamo nel cuore quando siamo innamorati e non vediamo vette irraggiungibili, ma solo montagne mai troppo alte da scalare, e sorrido al 2021 che sarà l’anno dell’amore se, come Chiara, guarderemo ogni persona con l’occhio di Dio o, se non crediamo in Dio, con l’occhio dell’amore.

    Il risultato lo vedremo dai frutti che il nostro albero produrrà; se da quella ragazza trentina che nel ’43 distribuiva cibo e vestiti è nato il Movimento dei Focolari presente in 182 paesi, cosa nascerà da ognuno di noi?

    Intanto che turbati pensiamo ai problemi del mondo, mi piace immaginarci mentre riconosciamo il buio della nostra paura e lasciamo che la Luce di questa consapevolezza lo dissipi.

    Non siamo soli, nessuno di noi lo è e comunque, se dovessimo sentirci persi, ricordiamoci che fra il dire e il fare c’è di mezzo… l’incominciare a fare, di ogni giorno, un’opera d’arte.

     

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    #9 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

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  • bellezzanelquotidiano11

    L'INVERNO NON è MORIRE, È ATTESA DI PRIMAVERA

    È ghiacciato l’inverno, e io lo adoro quando intirizzisce di gelo il paesaggio, cristallizzando bianchezza ovunque. Passeggio lungo il sentiero incorniciato dagli arbusti che, silenti sentinelle rivestite di candore, fiancheggiano impettiti i miei passi svelti.

    Il silenzio è ovunque e la morte sembra avvolgere con il suo drappo rigido alberi, steli d’erba e cespugli che, immobili, la accolgono.

    E noi, come ci comportiamo innanzi al mistero del Grande Valico? È umano temere ciò che non si conosce e quindi esorcizzarlo o rimuoverlo dai pensieri, ma il nostro divagare non ci eviterà quell’appuntamento inamovibile e già fissato sullo scadenzario del destino.

    Mi affascina la leggenda uzbecka musicata da Vecchioni nella quale un soldato, durante i festeggiamenti per la fine della guerra, vede lo spettro della morte osservarlo in modo maligno; il giovane, preso dal panico, chiede al sovrano il cavallo più veloce “figlio del lampo, degno di un re” per scappare fino alla lontana città di Samarcanda, proprio il luogo dove la “nera signora” aveva fissato l’appuntamento con lui.

    Mentre il racconto popolare narra l’ineluttabilità della fine alla quale è inutile cercar di sfuggire, nel profondo dialogo che intercorre fra uomo e natura, l’inverno ci insegna a non aver paura della morte perché la Vita non ha mai mancato una primavera.

    Tutto scorre, panta rei e, da tempo immemore, le stagioni della nostra vita vanno in scena ogni anno sul palcoscenico del mondo:

    concepimento e nascita avvengono in primavera, i germogli spuntano teneri e fragili ma via via si rinforzano e sono come un bimbo che inizia a gattonare e poi a muovere i primi passi fino a diventare un giovane uomo;

    al rigoglioso culmine della fioritura sboccia l’estate, l’età adulta, caratterizzata da quei verdi virgulti divenuti frutti più o meno succosi e nutrienti a seconda delle caratteristiche genetiche, ma anche dell’ambiente, del sole, dell’acqua e delle amorevoli cure ricevute.

    Segue l’autunno, la vecchiaia, il lasciar andare, insieme alle foglie, tutto ciò che non serve più, per concentrarsi sull’essenziale invisibile agli occhi, dice Saint-Exupéry.

    Infine l’inverno, la morte, il cambio d’abito; tutto è fermo, pallido, ma solo in apparenza perché all’interno dei fusti, la linfa continua a scorrere in attesa della rinascita primaverile.

    Quanta bellezza nello specchio della natura, nel suo tranquillizzarci mostrandoci la linfa vitale che in noi si chiama Spirito e che, immortale, quando il nostro corpo torna alla terra, continua il suo viaggio attraverso le primavere dell’esistenza.

    E allora guardiamolo, questo inverno, e rilassiamoci!

    La natura non è morta, si sta solo riposando e ci invita a fare lo stesso, a godere di un tè caldo come di un buon libro e di un sonno ristoratore. È un intimo richiamo a gustare ogni momento di questo cammino accettandolo così com’è perché, con le sue miserie e meraviglie, è vita, un frangente unico e irripetibile d’eternità.

     

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    #16 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

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  • bellezzanelquotidiano12

    UNA MENTE DISTRATTA È UNA MENTE INFELICE

    Succede quando cadiamo, ci ritroviamo riversi sul pavimento del cuore e, nel tentativo di tornare a riveder le stelle, ci interroghiamo su di lei: Miss Felicità. Guardiamo indietro a quando tutto andava come volevamo, e a questi giorni di nebbia dominati dal continuo tonfo delle aspettative disattese; dov’è finita la nostra Miss?

    Siamo in balia di quel che accade sul pianeta o c’è qualcosa che possiamo fare all’interno di noi stessi?

    In occidente le neuroscienze sostengono che la felicità dipenda dagli ormoni (serotonina in primis) collegati ai recettori che si trovano sulla superficie del cervello, mentre per la filosofia orientale la si consegue quando si esce dal meccanismo del desiderio e ci si immerge consapevolmente nell’esperienza del momento presente.

    Visto da est o visto da ovest, il nostro sorriso sembra una questione legata al cervello/mente e, a tal proposito, uno studio dell’Università di Harvard dal titolo “Una mente distratta è una mente infelice” afferma che 2500 anni fa il Buddha, sotto l’antico fico, sia riuscito a liberarsi dai mali dell’esistenza, focalizzandosi sulla realtà per quello che è, cioè il “qui e ora”.

    La conferma di questa teoria è davanti ai nostri occhi: se il nostro star bene fosse dipeso da quella casa tanto sognata nella quale oggi abitiamo, o da quel partner che vive con noi, perché non siamo ancora al settimo cielo?

    Che cosa c’è in un mucchio di mattoni e cemento che può darti la felicità? Niente - dice Papaji - La felicità arriva quando sei finalmente libero da idee, pensieri e desideri. Se conosci questo segreto sarai sempre libero, in qualunque circostanza”.

    Che beffa! La causa della felicità sarebbe quindi l’assenza di desiderio cioè di pensiero, che esperiamo quando realizziamo un sogno e, non avendone ancora espresso un altro, ci ritroviamo profondamente immersi nel momento presente?

    Non sarebbe più facile imparare a liberarci dai desideri, cioè dai pensieri, evitando tutto il giro?

    In occidente siamo cresciuti alla scuola del correre, fare e brigare, non di certo dello stare e del meditare; nessuno ci ha mai introdotto alla conoscenza della nostra mente suggerendoci, ad esempio, di meditare osservando il flusso dei pensieri o ascoltando il ritmo del respiro, anche se sono oltre 3000 gli studi scientifici che attestano i numerosi benefici legati alla meditazione, oggi utilizzata persino negli ospedali per curare diverse patologie.

    Il punto, comunque vogliamo arrivarci, è uno: fermarci nel “qui e ora”. Come?

    Portando il focus sulla sensazione fisica ed emotiva che stiamo provando adesso, mentre camminiamo in un bosco o siamo alla cassa del supermercato. Così facendo usciamo dal fare e torniamo all’essere perché, mentre ci adoperavamo per connetterci H24 con il mondo intero, ci siamo sconnessi da noi stessi diventando schiavi della mente e del suo continuo stregarci con bisogni e desideri che, mossi dalle paure, hanno alimentato molteplici illusioni di felicità.

    Se ne abbiamo abbastanza delle nostre derive mentali, sconnettiamoci una buona volta dalle fonti del malessere, dai pensieri sul passato o sul futuro, e riconnettiamoci con la meraviglia che siamo, perché solo così scopriremo che l’unico momento per essere felici, è adesso.


    #23 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

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  • bellezzanelquotidiano13

    LA PACE DI CHI È SFIORATO DALLA CAREZZA DI DIO

    Mi sono seriamente interrogata sul senso della vita, il giorno della nascita della mia primogenita; mentre ammiravo quel tenero miracolo sorridendo alle lacrime di gioia che sgorgavano da profondità a me sconosciute, successe un imprevisto che percepii come un ammasso di paure spaventose che mi rotolavano addosso: ora che l’amore sublime aveva bussato alla mia porta, cosa sarebbe successo se l’avessi perso? Sarei sopravvissuta?

    La valanga delle angosce mi tormentava, dovevo uscire da quell’impasse, ma per farcela mi serviva Qualcuno che mi conducesse oltre i limiti terreni, per mostrarmi la vita eterna e l’illusorietà del morire umano.

    E quel qualcuno arrivò e non fu di certo come me l’ero immaginato io.

    Si chiamava Stefan, era giovane, aveva 3 bimbi e, con a fianco la moglie Milena, aveva raggiunto tutti gli obiettivi umanamente desiderabili quali successo, potere, amore, famiglia, dedizione verso il prossimo. Poi, nel bel mezzo della felice corsa, Stefan era stato stroncato da una diagnosi mortale.

    In quell’inchiodata obbligata di vita succedeva, tuttavia, una cosa strana: lui e Milena accettavano la malattia con la serenità di chi si fida della Vita mentre io, che ero solo un’amica, non ce la facevo.

    Così, mentre Stefan scherzava con sua moglie su come comunicare una volta valicata la Grande Porta, e io pensavo di trovarmi in una casa di pazzi, era già in viaggio una lettera-faro che mi avrebbe indicato la strada da percorrere per valicare i confini del mondo.

    Milena aprì la busta la sera in cui Stefan chiuse gli occhi e lesse:

    Durante la mia malattia ho cercato di tutto. Sono passato dalla preghiera a Dio e ai santi, alla pranoterapia, alla chemio-, alla radio-, alla chirurgia. A tutti affidavo la speranza del miracolo della guarigione.

    Il più onesto è stato Dio, mandava sempre e solo coraggio e serenità. Dio, si vede, non ha bisogno di spiegare, di dimostrare. Ha creato un mondo che comprende la malattia, la malformazione, la morte.

    E per morte intendo solo il distacco da una creazione a dir poco affascinante dalla quale ci dobbiamo separare proprio mentre la stiamo gustando al massimo. Esattamente l’opposto di quello che facciamo: troviamo una persona eccezionale, ce ne innamoriamo e la leghiamo a noi con un patto per la vita.

    Troviamo un lavoro entusiasmante e via che ci tuffiamo. Passiamo i nostri giorni a cercare le cose più belle, più buone, più gustose e, quando le troviamo, ci rallegriamo.

    Può Dio rovinarci tutto questo o aver escogitato l’inganno più totale per la fine dei nostri giorni? No, non un Dio che è Padre.

    E allora la conclusione è semplice: se possedere ci dà una tale gioia, arriva il momento di possedere qualcosa di massimo per il quale vale la pena di lasciare tutto, talmente tutto che anche il matrimonio - la forma più alta di amore fra due persone - viene sciolto.

    Gioite con me, dunque. Magari, passato qualche tempo, sarei felice se il giorno del mio personale incontro con Dio, lo trasformaste in una piccola festa.

    Saremo così finalmente in grado di saltare da una medievale tristezza, al vero regno di Dio (…)”.

    Milena arrotolò il foglio e mi guardò. Nelle mie lacrime c’erano dolore, ma non disperazione, e pace. La pace di chi è appena stato sfiorato dalla carezza di Dio.

     
    #30 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     

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  • bellezzanelquotidiano14

    CHI SIAMO DIETRO LA MASCHERA CHE INDOSSIAMO? 

    Il fatto che ricordo è di alcuni anni fa, ma episodi analoghi succedono quotidianamente nel mondo, mentre noi continuiamo imperterriti a incollare etichette. Non è cattiveria, il giudizio fa parte della nostra natura; non possiamo osservare qualcuno o qualcosa senza formulare un appellativo: è simpatico, odioso, invecchiato, musulmano, ricco, medico, secchione, amico…

    È normale, abbiamo un corpo e siamo persone, che significa maschere e, in quanto tali, recitiamo il nostro copione sul palcoscenico del mondo, identificandoci nel ruolo che ci hanno assegnato e che ci riveste come un’armatura che indossa la vita al posto nostro.

    Ma dietro il travestimento, chi siamo veramente?

    Assistere al dramma che si consuma quando le etichette si colorano di morte, ci consente di vedere gli invisibili post-it che incolliamo ovunque e che spesso, come nella vicenda che segue, identificano il credo religioso.

    È il 21 dicembre del 2016, un autobus si sta dirigendo verso Mandera, una città nel nord-est del Kenya, quando un gruppo di terroristi ferma il bus; gli uomini armati di Al-Shabaab, vestiti in tuta mimetica e con il volto coperto, fanno scendere i passeggeri e intimano loro di dividersi in due gruppi, cristiani e musulmani, perché solo gli ‘infedeli’ verranno ammazzati.

    Ma ecco l’imprevisto: prima di abbandonare il bus, alcuni musulmani cedono i loro veli (le etichette) ai cristiani. Una volta scesi Salah Farah, insegnante keniota di religione islamica, 4 figli e una moglie incinta, urla ai criminali di uccidere tutti o di lasciare tutti liberi. In risposta i terroristi gli sparano.

    Mentre lo scontro è in atto si avvicina un camion; i killer, temendo possa essere la polizia, si nascondono in un cespuglio e i passeggeri si precipitano sul bus e scappano. Salah Farah morirà in ospedale un mese dopo a causa delle ferite inferte.

    Prima di chiudere gli occhi dirà al Voice of America: “Siamo fratelli, è la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possano prendersi cura di noi”.

    In quella parola ‘fratelli’, Salah Farah annuncia che l’unica etichetta possibile è quella di esseri umani, uomini e donne uguali nella loro essenza regale, tutti soggetti al medesimo destino: la vita.

    Il gesto eroico dell’insegnante keniota testimonia la potenza che affiora quando smettiamo di interpretare una parte e, spogliati dei titoli e segnaposti, portiamo alla luce Chi veramente siamo: pura essenza d’amore.

    Contattare la nostra natura autentica è lo scopo dell’esistenza che si svolge dietro una maschera forse proprio per diventarne consapevoli, smascherando le divisioni che la nostra mente produce dentro e fuori di noi.

    In realtà non siamo affatto separati, siamo Uno con tutto e con tutti, con la Creazione come con i fratelli, ed è solo quando lo sperimentiamo che riconosciamo i giochi di coloro che ci dividono mettendoci uno contro l’altro, per poterci controllare.

    È uno schema antico quello del dìvide et ìmpera (letteralmente dividi e comanda), ma se lo vediamo, torniamo ad essere uomini e donne liberi di scegliere l’unità cioè il Paradiso che, se non fosse di questo mondo, non potrebbe di certo chiamarsi terrestre.

     
    #6 febbraio 2021
    #GiornaleDiBrescia
     



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  • bellezzanelquotidiano2

    RIPARTIRE SENZA UN PEZZO DI SÈ 

    Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato in ospedale il giorno del suo venticinquesimo compleanno, Daniel, ma l’alcol che gli scorreva nelle vene l’aveva fatto correre a rotta di collo sullo sterrato di montagna e l’ultimo ricordo che conservava, era quello della ragazza sul sellino posteriore della moto con il seno compresso contro la sua schiena. Poi il vuoto e il risveglio notturno qualche giorno dopo in un letto d’ospedale.

    Tutto era immobile mentre Daniel apriva gli occhi; la sua mente, annebbiata e calma, era incapace di ricordare cosa gli fosse successo, così come di riconoscere il luogo dove si trovava. Il silenzio era interrotto solo dai suoni metallici dei monitor e dai passi leggeri dell’infermiera, mentre lui ancora non sapeva che due delle sue vertebre si erano spezzate e che le sue gambe non sarebbero più state in grado di calpestare la terra.

    L’incidente aveva sezionato in due il suo corpo e la sua esistenza che da allora sarebbe stata un prima e un dopo quell’istante che gli aveva portato via un pezzo di sé. Di colpo tutto era cambiato, per fortuna.

    Sì perché quel prima apparentemente esaltante con le numerose competizioni sportive, le donne da consumare, le nottate annebbiate dall’alcol e dal fumo, lo aveva appagato senza riuscire, tuttavia, a colmare il vuoto che lo abitava.

    E allora aveva dovuto ogni giorno alzare l’asticella dello sballo e del pericolo e più l’aveva alzata, più il vuoto lo aveva inghiottito allontanandolo inesorabilmente dalla Vita con la “V” maiuscola.

    Ho conosciuto Daniel cinque anni dopo quel giorno, lui e la vivacità del suo sguardo. Daniel non è solo bello, è un ragazzo pieno di vita; insegna ping pong a chi ha avuto un appuntamento con il destino simile al suo, scia, gioca a tennis, vive con entusiasmo la sua storia d’amore, esce con gli amici, va per boschi, ama dormire da solo in tenda sulla spiaggia, studiare biologia e anatomia, approfondire la scienza dell’alimentazione e le proprietà delle erbe medicinali.

    Adesso Daniel è un appassionato della vita, uno che ama penetrarne i misteri, scoprire i giochi della mente e sperimentare la meraviglia dell’affidarsi con fiducia al cuore. Quel vuoto che lo spingeva a strafare si è colmato e il suo onorare la vita con i tanti interessi non è più un bisogno, ma un rendere grazie.

    Io con Daniel ho solo un problema: quando ci troviamo, immancabilmente ci dimentichiamo della sua paraplegia con annessa sedia a rotelle, finendo per ritrovarci in situazioni ridicole e scoprendo ogni volta che l’unico limite è quello che esiste nella nostra testa perché, alla resa dei conti, si può benissimo prendere una seggiovia e raggiungere la vetta di una montagna anche in sedia a rotelle.

    Daniel è diventato un dono per tutti, la sua capacità di vedere la bellezza ovunque è contagiosa, la sua mente frizza di nuove idee, l’entusiasmo illumina il suo volto. E poi sorride spesso e non solo; lui ringrazia per quello che ha, occhi sani affacciati sul mare della sua Sardegna, braccia forti per stringere gli amici, una mente lucida per dedicarsi ai suoi studi e un cuore grande che non smette di amare la vita e di cogliere il dono di ogni alba portatrice di nuove opportunità.

    7 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano3

    AFFINCHÈ LA VITA NON SIA SOLO LOTTA

    Hai presente quando metti tutto il tuo denaro in un’attività nella quale credi ciecamente facendoti anche prestare denaro dagli amici che a loro volta credono in te?

    Hai presente la gioia di andare al lavoro con il cuore gonfio di passione? Ricevi commesse, chiami i fornitori, scherzi con i dipendenti e poi via in auto dal tuo cliente più importante che ti ha invitato a pranzo per parlarti di un nuovo affare.

    Ti senti realizzato ed è proprio lì, in quel frangente di esistenza che stai assaporando a grandi sorsi che, all’improvviso, tutto crolla.

    I tuoi beni, casa compresa, vengono messi all’asta, tua moglie non ti rivolge la parola, tuo figlio si vergogna di te, gli “amici” ti evitano tranne quelli che ti chiamano per poi parlottare alle tue spalle, il tuo cane va sotto una macchina e la tua, di macchina, torna alla concessionaria perché non puoi più pagare le rate del leasing.

    Non accetti nulla di tutto ciò, devi resistere e affrontare le battaglie una alla volta e, a tutti i costi, ogni pezzo tornerà al proprio posto.

    Un mattino ti alzi ed esci di casa insieme alla tua angoscia. Hai un appuntamento in banca e, mentre attraversi il parco della tua città, inizia a piovere.

    Ti rifugi sotto una grande quercia, lì l’acqua arriva filtrata dalle braccia dell’albero e tu, con la schiena appoggiata al tronco, mescoli le gocce dei tuoi occhi a quelle del cielo. Si è alzato il vento che schiaffeggia l’acqua contro il tuo viso, ma tu non ci fai caso, sei una statua di marmo che cerca solo di respirare.

    Ti accorgi che stai calpestando qualcosa, guardi a terra, è un libro dalla copertina blu. Lo raccogli, lo apri, leggi: “L’amore, la guarigione e un perdono autentico sono ben più semplici del dubbio, della preoccupazione, delle difficoltà di relazione, dei problemi economici, della fatica di capire come riparare tutto quello che si è rotto.

    Lasciar andare è molto più semplice che restare tenacemente attaccati, la fiducia dà molta più forza della resistenza. Il viaggio della vita non dovrebbe essere una lotta”.

    L’ultima frase rimbomba in te con la vertigine di un inaspettato KO, perché la tua vita è solo una lotta, tu devi riparare ciò che si è rotto e non puoi lasciar andare proprio un bel niente o sarai finito!

    Solo un pazzo può aver scritto quelle parole, eppure sei stordito da un minuscolo dubbio che ti si è infilato sotto pelle. “La fiducia dà molta più forza della resistenza”? No! Tu non ti fidi più di nessuno e resistere è l’unico imperativo possibile.

    Ma il dubbio è ancora lì e ti fissa, adesso ha la forma di una carezza che, dolcemente, ti scalda dentro.

    Ricominci a camminare, pioviggina ancora sul tuo viso, sai che in banca ti umilieranno eppure ti senti più leggero. Alzi lo sguardo; una fessura di luce ha spalancato il cielo plumbeo per colpirti con un raggio di sole.

    Sorridi. Lo sai che non ha senso, eppure sorridi, non puoi farne a meno. Nuove lacrime rigano il tuo viso, hanno il sapore della gratitudine e l’enormità di una certezza: non sei solo.

    14 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano4



    NOI, CHE ALLO SCOGLIO URLIAMO "SPOSTATI"

    Gli scogli sono ruvidi e affilati, mi siedo cercando di adattarmi alla loro conformazione spigolosa. Osservo l’acqua del mare che ripetutamente si infrange contro la roccia e ben presto mi dimentico della mia seduta scomoda perché qualcosa di grande si sta consumando davanti ai miei occhi: le onde continuano ad arrivare a riva, a schiantarsi sulla pietra e a non farsi male.

    Mi chiedo che differenza ci sia fra loro e meNon sono fatta anch’io per lo più di acqua? Cosa mi sta dicendo questa schiuma che dopo aver sbuffato contro la costa, si nebulizza fino ad accarezzarmi il sorriso? 

    Guardo gli scogli che ho incontrato vivendo, osservo le fratture interiori che mi hanno provocato, ed è lì che capisco cosa mi ha fatto davvero male;non sono state le persone impregnate di egoismo a rompermi dentro, e nemmeno i comportamenti inconsapevoli di uomini e donne accecati dalle illusioni del mondo, ma il non essermi fatta acqua.

    Ogni volta che ho opposto resistenza alla meschinità che mi investiva, è stata la mia rigidità a ferirmi, del tutto inutile, fra l’altro, dal momento che la mia non accettazione non avrebbe modificato la scena già andata in onda sul palcoscenico del mondo.

    L’acqua davanti a me, invece, accoglie e avvolge lo scoglio, non lo vorrebbe diverso, nell’avvicinarsi non gli ordina “Spostati!”, lei semplicemente arriva e sia che trovi pietre aguzze, sia che penetri negli anfratti della roccia, l’acqua fa solo l’acqua onorando l’esistenza così come le si presenta.

    Forse l’acqua è dentro di noi per insegnarci ad essere come lei, perché per quanto pungenti siano state le sofferenze che ci hanno trafitto, l’acqua non ha mai smesso di giungere a riva; mentre ci ribellavamo, l’acqua abbracciava le barche nei porti, mentre piangevamo, l’acqua inondava la roccia di schiuma, mentre ci arrabbiavamo, l’acqua lambiva la sabbia adattandosi naturalmente ad ogni forma.

    Ma se siamo corpi composti da una massa che percepiamo come peso, ma che di fatto è formata da vortici di energia, possiamo, al pari dell’acqua, assumere e accogliere ogni forma e smettere di fare di testa nostra urlando agli scogli “Spostati!”?

    E se non solo noi, ma l’universo intero è fatto da “reti di energia vibratoria che emergono da qualcosa di ancora più profondo e sottile”, come affermò il fisico tedesco Werner Heisenberg che nel 1932 ricevette il Premio Nobel per la fisica "per la creazione della meccanica quantistica”, non è che siamo qui per stabilire un contatto cosciente con questa energia che è fuori e dentro di noi, un po’ come l’acqua?

    Farsi acqua per adattarsi alla forma degli eventi nei quali incappiamo, potrebbe non essere la via della rassegnazione, ma della consapevolezza che ci avvicina, onda su onda, all’essenza “profonda e sottile” di Chi siamo.

    Non siamo forse nati per questo?

    L’acqua non sembra aver bisogno di ricordarselo. 

    21 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano5

    L'AUTUNNO, CHE INSEGNA A LASCIAR ANDARE

     Succede ogni anno, in città come in campagna, ad una ad una le foglie si staccano e danzano leggere prima di appoggiarsi al suolo e travestirsi da fiori invernali, offrendoci un tappeto multicolore dal profumo inconfondibile. A volte nemmeno ci facciamo caso, altre le osserviamo distratti vedendo le solite foglie gialle, rosse e marroni che in autunno cadono.

    Guardo le fronde quasi spoglie dei pioppi e mi chiedo se le poche foglie ostinatamente aggrappate ai rami, non siano lì per farci vedere qualcosa, ad esempio le nostre vecchie ferite, quelle che abbiamo ancora addosso ma che, imitando gli alberi, potremmo lasciar andare.

    In campagna ci penserebbe poi Madre Terra ad accoglierle, trasformando ogni fardello che saremo riusciti a sganciare, in fertile humus, in città sarebbero gli operatori ecologici a spazzarle e noi potremmo celebrare, osservando i mucchi di tristezze andare al macero, una fine che contiene già un nuovo inizio.

    Nei prossimi giorni gli alberi a foglie caduche si spoglieranno del tutto, sarà una sorta di ultimatum e, se riusciremo a fare come loro, il nostro cuore batterà più leggero giacché quel peso fatto di sconfitte, rancori, delusioni, tradimenti, grandi ‘no’ urlati con furore, non sarà più lì a tormentarci nel profondo, rendendoci gravoso il procedere.

    Mi commuove la pazienza della natura che, anche quando ci vede distratti, non si stanca di fornirci ogni giorno le istruzioni per vivere e mi chiedo: c’è un modo per recuperare l’istintivo contatto con la terra che avevano i nostri antenati e che noi abbiamo perso?

    La parola ‘educazione’ (dal latino ex-ducere) significa ‘tirare fuori,’ e allora perché non dedicare a scuola un’ora a settimana al tirare fuori informazioni da quanto ci circonda?

    Già immagino la prima osservazione: «Maestra, perdo i capelli» E la maestra rispondere: «Guarda fuori! Com’è l’albero del cortile?».
    «Perde le foglie».

    «Esatto! In autunno gli alberi perdono le foglie e noi i capelli; guarda anche gli animali come i conigli, i lupi, gli orsi… il loro manto ‘muta’ e il loro corpo si ricopre di un pelo più folto per proteggerli dal freddo - direbbe la maestra aggiungendo - e cos’altro, secondo te, potremmo lasciar andare oltre ai capelli?»

    Anche se nessun insegnante ci ha mai indicato il nesso tra quanto succede dentro e fuori di noi, la natura ce lo mostra da sempre e lo sta facendo anche adesso lasciandoci liberi di fare di testa nostra o di accogliere l’aiuto nel quale siamo immersi.

    La domanda è: siamo pronti a recepire la lezione di questa stagione? Se così sarà, spogliati dai carichi del passato, procederemo più leggeri verso l’inverno, tempo di riposo, per prepararci alla rinascita primaverile che ci vedrà rivestirci di nuove gemme che diventeranno nuovi fiori e nuovi frutti.

    Ma quanta bellezza c’è nell’autunno che ci ama in ogni foglia che, insieme alle nostre malinconie, dolcemente si stacca e volteggia fino a terra?

    28 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano6

    PRANZIAMO CON TUTTI I SENSI. SEMPRE.

    È sera, una famiglia è riunita attorno al tavolo per la cena, nessuno parla a parte il televisore che trasmette il telegiornale. Quando i bambini cercano di dire qualcosa, vengono subito zittiti da un imperioso «Ssstt, che non sento!» e il mio ricordo corre ai giorni trascorsi in un monastero benedettino, dove i pasti si consumavano in silenzio, un diverso silenzio:

    durante il pranzo un monaco leggeva alcune pagine di un libro che avrebbe portato nutrimento allo spirito, mentre a cena era la musica classica ad allietare la consumazione delle vivande.

    E noi? Ci siamo mai chiesti, oltre alla bocca, cosa ‘mangiamo’ con orecchie, occhi, naso e pelle?

    Se la cena diventa l’occasione per scaricare le tensioni della giornata, il nervosismo inzupperà il nostro cibo, se è la televisione a parlare, saranno le notizie imbevute di paura e di violenza ad alimentarci, se il pranzo è di lavoro, inghiottiremo vitamine o ansia da prestazione condita con salsa alla fretta?

    Quanto importante sarebbe consumare almeno una pasto al giorno in silenzio o con un piacevole accompagnamento musicale (UDITO) di sottofondo, prestando attenzione solo a quel momento?

    Propongo l’esperienza del pasto consapevole. Seduti in silenzio (niente TV, PC o cellulare) davanti al nostro piatto preparato e impiattato con amore, accendiamo una candela, sorridiamo e ringraziamo la vita per il dono che stiamo per scartare.

    Respirando lentamente, osserviamo (VISTA) la pietanza, ad esempio un broccolo romanesco, e sfioriamo (TATTO) la moltitudine di cavoletti, simili a conchiglie, posizionati con precisione assoluta a forma di spirale, in un moto circolare che si avvicina al centro e che dal centro si allontana.

    La spirale è una forma geometrica, ricca di significato, fra le più diffuse in natura che ritroviamo, solo per fare qualche esempio, nelle galassie, nel moto dei cicloni, nei fiori così come nel nostro DNA.

    Ammiriamo il prodigioso vortice che affonda la sua origine nella notte dei tempi e poi aggiungiamo alla nostra esperienza il profumo (OLFATTO) che il broccolo emana, il piacere dal sapore (GUSTO) che grazie alle papille linguali percepiamo e, infine, godiamoci l’appagarsi dell’appetito che si placa man mano assaporiamo con calma il nostro capolavoro d’architettura naturale.

    Il pasto consapevole sulle prime non è facile; la nostra mente, poco abituata al silenzio e alla presenza, cerca di evadere con distrazioni di vario genere, ma noi possiamo, con gentilezza, rassicurarla e riportarla a quel momento sacro in cui abbiamo deciso di prenderci amorevolmente cura di ogni nostro senso.

    Siamo diventati più selettivi nei confronti della qualità del cibo che acquistiamo, senza parimenti occuparci degli altri ‘ingredienti’ che ingeriamo.

    Se ne siamo consapevoli, possiamo riportare attenzione a tutti i nostri nutrienti e quel tempo che ci dedicheremo non sarà sprecato, ma regalato. Anzi, magnifico!

    5 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano7

    SANTA LUCIA NON È UNA QUESTIONE DI ETÀ 

    Una notte piena d’emozione, difficile addormentarsi, c’è l’attesa della sorpresa, sta per succedere qualcosa di fantastico e accadrà tutto fra poche ore. In un battito di ciglia spalanchiamo gli occhi, abbiamo dormito poco, ma siamo sveglissimi.

    È ancora buio e la casa è abitata dal silenzio. Scattiamo a sedere sul letto con gli occhi fuori dalle orbite, non stiamo più nella pelle, è ora di uscire dal tepore delle lenzuola, ma non prima di aver fissato il pavimento scossi da un tumulto di timore e speranza insieme che ci fa trattenere il fiato.

    Sorridiamo ricominciando a respirare: lei c’è. La stradina colorata di caramelle inizia proprio dal nostro letto. Appoggiamo i piedi sul pavimento e la seguiamo riempiendoci sulle prime le manine di dolcetti, ma rimandando la raccolta a dopo perché esplodiamo di curiosità e le gambette ci stanno già portando in fretta di là.

    Usciamo dalla camera, il corridoio è avvolto dal buio, la linea golosa ci guida, accendiamo la luce con il cuore a mille e… “Ohhhhh!” ci blocchiamo alla vista della stradina fatata che finisce proprio dove inizia il mondo dei balocchi.

    Ce la ricordiamo l’eccitazione di quella notte? I campanellini che ci facevano sussultare, le carote e la farina gialla per l’asinello, i biscotti o il caffè per la Santa?

    12 dicembre 2020, ci siamo. Stiamo per entrare nella notte di Santa Lucia, una data che non smette mai di esistere dentro di noi perché, quel che sta per succedere, non è una questione di età, ma una questione di cuore.

    Non avremmo, infatti, mai potuto vivere la magia di Santa Lucia se ‘lei’, ogni 13 dicembre, in compagnia di asini e sbadigli, non fosse stata animata dal desiderio di donare giochi, dolci, gridolini, emozioni…, in una parola, amore.

    E quell’amore è ancora qui, ora, e sta per avvolgere non solo i bambini, ma anche i grandi che sceglieranno di sintonizzarsi sulla frequenza magica di chi dona per il puro piacere di donare.

    Il nome Lucia deriva da ‘lux’, luce, e allora eccoci tutti protagonisti di un giorno speciale nel quale diffondere luce facendo piovere centinaia di doni dal cielo.

    Come? Offrendo ad una o più persone sconosciute un gesto cortese, un fiore, un caffè, un lumino, quello che vogliamo. Il tutto, naturalmente, in assoluto anonimato. A prova di Santa.

    E allora mi piace immaginare mani amorevoli che scrivono parole gentili su di un biglietto, lo mettono con una candela in un sacchetto colorato, lo chiudono con un fiocco e lo lasciano sull’uscio di una porta o sul parabrezza di una macchina.

    Mi piace pensare alla bellezza di un gesto incondizionato che decolla dal cuore e atterra leggero sulla soglia di un’umanità che ha sostituito il verbo prendere con il verbo dare.

    Mi piace sognare la gratitudine di chi troverà un regalo inaspettato e la cascata di sorrisi che quella sorpresa innescherà.

    Infine mi piace guardare a questa vita così difficile, così spietata, ma al contempo così generosa da lasciarci liberi di scegliere chi essere. Ogni ‘santo’ giorno.

     

    12 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano8

    L'AMORE DEL NATALE NON È UN BENE IN SALDO

    Non penso sia per via del compleanno del Salvatore, quella data è una convenzione, nessuno sa quando è nato Gesù, ma sta di fatto che tutti, credenti e non credenti, in questi giorni si sentono in festa e preparano l’albero, accendono le lucine, pensano ai regali e ai pranzi.

    Cosa c’entra tutto questo con il bimbo deposto nella mangiatoia? I “Buon Natale e Buone feste” che si sprecano e che riceviamo persino da coloro che non sentiamo mai, cosa ci vogliono dire?

    Io penso si tratti di fame. Fame d’Amore.

    Sì perché a Betlemme, con il Nazareno, è nato l’Amore, la rivoluzione dell’Amore, il significato e l’unico scopo della nostra vita!

    I simboli di questi giorni lo rendono evidente: le luci sono un rimando alla Sua luce, i regali ci mostrano il dono d’Amore che arde già in ogni cuore, i nostri cari ci ricordano che non siamo soli, le pietanze ci raccontano di un Nutrimento che sazia in eterno.

    Ma non succede solo a Natale, la buona notizia è che Gesù, anche quest’anno, ricorda al mondo intero che quel bimbo nasce ogni giorno dentro di noi per saziarci perché, diciamocelo, siamo tutti affamati d’Amore; lo elemosiniamo nelle relazioni affettive, dagli amici, dai parenti, persino dagli animali, come se ci fossimo scordati chi siamo e continuassimo a nuotare assetati in un lago di acqua cristallina alla ricerca di quel bicchiere che ci consentirà di bere.

    In questo spasmodico rincorrere chimere affettive, prima o poi cozziamo contro il muro delle nostre illusioni, ci lecchiamo le ferite pensando di non valere granché e ci deprezziamo finendo poi per metterci in saldo; ricordiamocelo quando vedremo sulle vetrine il cartello “SALDI”: quelli siamo noi!

    Sta di fatto che essendo l’Amore il nostro costituente, il desiderio di manifestarlo è innato e riuscendoci di rado nella quotidianità, ecco che almeno a Natale vogliamo esprimerlo diventando buoni e prodigandoci negli auguri; ma mentre i cellulari inviano canzoncine, le case si riempiono di alberelli colorati e le strade scintillano di addobbi, il nostro cuore tormentato da cotanto rumore continua a non trovare pace.

    Fermiamoci. Accendiamo una candela e osserviamola, in silenzio.

    C’è una vocina lieve, aleggia nell’aria, è ovunque, per udirla dobbiamo quietare il vortice dei pensieri e smetterla di correre. Ci sussurra: “Tu sei Amore, figlio mio! Scegli di onorare la tua Natura così che le tenebre e il gelo della morte non ti avvolgano rendendoti freddo e rigido con te stesso e con gli altri”.

    Natale è un tempo prezioso per prenderci cura del “nostro Io smarrito”, come lo chiama Paola Brighenti, per rassicurarlo e dirgli: «Stai calmo, non avere paura, non sei solo. A dispetto delle tragedie messe in scena dall’umanità, l’Amore è ovunque».

    Allora i nostri occhi si apriranno e, senza bisogno di parlare, risplenderemo di una nuova luce che si diffonderà attorno a noi inondando i cuori che incontreremo e allora sì che sarà davvero un “Buon Natale” perché, finalmente, saremo sazi. Sazi d’Amore.

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    #19 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano9

    LA GIOSTRA DELLA VITA E IL BILANCIO DEL CUORE

    Mi succedeva sempre di stupirmi quando, in prossimità del valico di fine anno, prima di scrivere i miei obiettivi di vita nel bilancio preventivo dei mesi a venire, andavo a rileggere le mete che mi ero prefissata l’anno precedente; molti dei miei desideri si erano realizzati come se l’averli messi nero su bianco, li avesse fortificati.

    Sorridevo a me stessa, a quello che 365 giorni prima era così importante mentre in quel momento non lo era più, e a quanto, invece, era balzato prepotente in primo piano.

    A lungo mi sono impegnata a redigere bilanci giocando a fare la ragioniera a cavallo ora di un unicorno, ora di una giraffa, ora di un leone, continuando a girare in tondo sulla giostra dell’esistenza che, con tanto di musica e zucchero filato, consumava incessante le ore che mi separavano dal successivo 31 dicembre.

    Quel giorno scendevo, mi sgranchivo le gambe, mangiavo una ciambella, controllavo il bilancio passato, scrivevo i nuovi traguardi e poi risalivo sul carosello, cambiando animale, e ricominciando a girare.

    Attorno a me la gente passava, il cielo cambiava colore, le voci concitate si alternavano al brusio di sottofondo, i venditori di caramelle riempivano nuovi sacchetti, ma i miei desideri e il mio volerli cavalcare, erano sempre lì.

    Quando la musica si abbassava mi succedeva, talvolta, di udire i rintocchi del mio cuore; in quei momenti avevo l’impressione che il tempo non corresse lungo una linea, che il mio procedere fosse illusorio e che, mentre il mio corpo era in movimento sulla groppa degli animali, io non stessi, in realtà, andando da nessuna parte.

    Un giorno il mio cuore ha sussultato così forte, da disarcionarmi. 

    Gli animali della giostra continuavano a dondolare, la musica era allegra e le bancarelle piene di caramelle, ma io, all’improvviso, non mi divertivo più anzi, a dirla tutta, mi annoiavo proprio. È stato allora che sono scesa dalla giostra e mi sono allontanata.

    Passo dopo passo sono arrivata in un prato e mi sono seduta ai piedi di una grande quercia. Lì ho incontrato l’immensità del cielo terso, il solletico della formica sulla mano, i trilli gioiosi degli uccellini, il calore del sole sull’erba, le farfalle leggere nell’aria e tutto era silenzio, miracolo, danza, musica, amore. Io.

    C’era Vita, quella che prima non riuscivo a percepire, un po’ per via dei rumori, un po’ per le continue distrazioni che fra animali fantastici, dolciumi e compagni di gioco, rendevano quel vorticoso girare, un appassionato caos.

    E adesso? Non c’era più nulla da cercare, bilanci da scrivere e budget da controllare, ogni cosa era al posto giusto, ferma eppure in continuo divenire. Tutto era già presente. E perfetto.

    Me ne stavo immobile a guardarmi attorno; mentre le lacrime rigavano salate il mio sorriso, la meraviglia si dispiegava solenne davanti ai miei occhi mostrandomi un immenso Parco Naturale al centro del quale il grande Architetto aveva posizionato un Luna Park, perché io fossi libera di sperimentare le diverse attrazioni, ma anche di scegliere la pace incontaminata che da sempre aveva regnato sullo sfondo del palcoscenico, avvolgendo i rintocchi del mio cuore. Ad uno ad uno.

     

     

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    #2 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia

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  • La lezione dell'anatra

    Ho incontrato un’anatra che mi ha spiegato la vita.

    Era un germano dal collo verde smeraldo, il becco giallo e le ali screziate sulle tonalità del marrone. L’anatra si trovava all’interno di un cancello confinante con la spiaggia e quando il mio cane, passandole davanti, l’ha vista, lei ha iniziato ad agitarsi nonostante non avesse di che temere trovandosi al sicuro all’interno della recinzione.

    Il mio pastore tedesco,che non vuole azzannare ma solo rincorrere, balzava avanti e indietro con l’intento di far volare l’anatra verso il lago e galoppare al di sotto della traiettoria alata.

    Il germano, al di là della rete, ha iniziato a preoccuparsi e a zampettare muovendosi a zig zag, il cane a saltare, il germano a starnazzare nonostante, lo ripeto, fosse già al sicuro nella proprietà che lo ospitava.

    Poi è successo l’imprevedibile: la bestiola in panico, invece che volare, si è diretta verso la recinzione riuscendo, strisciando, ad infilarsi sotto il cancello proprio dove il cane la stava aspettando.

    Il pastore tedesco si è quindi trovato a sorpresa il pennuto fra le zampe, ma non ha fatto nulla perché l’anitra camminava appena e lui ama la corsa. La poveretta, con il cuore a mille, si è diretta svelta verso l’acqua, mentre il cane mi guardava immobile e sorpreso per quel finale inaspettato.

    Mi spiace che il germano se la sia vista brutta e che non abbia spiccato il volo, ma quel che è successo è stata una lezione di vita: l’anatra ha fatto un gran cancan e, a causa della propria ansia, ha agito d’impulso buttandosi volontariamente fra le zampe del cane, rischiando la morte.



    Lo stesso accade a noi che siamo già al sicuro fra le braccia della Vita (o come desideriamo chiamarla, Padre, Dio, Amore…) ma che, quando ce ne dimentichiamo, ci agitiamo e facciamo le sciocchezze più assurde, come buttarci nelle fauci dello spaventatore e, sia che esso sia una persona o una situazione, ci roviniamo con le nostre stesse mani o zampe.

    È una slavina inevitabile, dove c’è paura non c’è Fede-Fiducia-Amore e possiamo solo finire fra le grinfie di chi o cosa ci tiene in scacco con l’arma del terrore. Ma la tranquillità di essere fra le braccia dell’amore, “figli dell’immensità”, come cantava Lucio Battisti, è il dono e lo strumento più potente che ci sia e l’abbiamo tutti come diritto di nascita.

    Noi siamo già al sicuro. E doveva venire un’anatra a dircelo?#  

  • Ripartire senza un pezzo di se

    Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato in ospedale il giorno del suo venticinquesimo compleanno, Daniel, ma l’alcol che gli scorreva nelle vene l’aveva fatto correre a rotta di collo sullo sterrato di montagna e l’ultimo ricordo che conservava, era quello della ragazza sul sellino posteriore della moto con il seno compresso contro la sua schiena. Poi il vuoto e il risveglio notturno qualche giorno dopo in un letto d’ospedale.

    Tutto era immobile mentre Daniel apriva gli occhi; la sua mente, annebbiata e calma, era incapace di ricordare cosa gli fosse



    successo, così come di riconoscere il luogo dove si trovava. Il silenzio era interrotto solo dai suoni metallici dei monitor e dai passi leggeri dell’infermiera, mentre lui ancora non sapeva che due delle sue vertebre si erano spezzate e che le sue gambe non sarebbero più state in grado di calpestare la terra.

    L’incidente aveva sezionato in due il suo corpo e la sua esistenza che da allora sarebbe stata un prima e un dopo quell’istante che gli aveva portato via un pezzo di sé. Di colpo tutto era cambiato, per fortuna.

    Sì perché quel prima apparentemente esaltante con le numerose competizioni sportive, le donne da consumare, le nottate annebbiate dall’alcol e dal fumo, lo aveva appagato senza riuscire, tuttavia, a colmare il vuoto che lo abitava.

    E allora aveva dovuto ogni giorno alzare l’asticella dello sballo e del pericolo e più l’aveva alzata, più il vuoto lo aveva inghiottito allontanandolo inesorabilmente dalla Vita con la “V” maiuscola.

    Ho conosciuto Daniel cinque anni dopo quel giorno, lui e la vivacità del suo sguardo. Daniel non è solo bello, è un ragazzo pieno di vita; insegna ping pong a chi ha avuto un appuntamento con il destino simile al suo, scia, gioca a tennis, vive con entusiasmo la sua storia d’amore, esce con gli amici, va per boschi, ama dormire da solo in tenda sulla spiaggia, studiare biologia e anatomia, approfondire la scienza dell’alimentazione e le proprietà delle erbe medicinali.

    Adesso Daniel è un appassionato della vita, uno che ama penetrarne i misteri, scoprire i giochi della mente e sperimentare la meraviglia dell’affidarsi con fiducia al cuore. Quel vuoto che lo spingeva a strafare si è colmato e il suo onorare la vita con i tanti interessi non è più un bisogno, ma un rendere grazie.

    Io con Daniel ho solo un problema: quando ci troviamo, immancabilmente ci dimentichiamo della sua paraplegia con annessa sedia a rotelle, finendo per ritrovarci in situazioni ridicole e scoprendo ogni volta che l’unico limite è quello che esiste nella nostra testa perché, alla resa dei conti, si può benissimo prendere una seggiovia e raggiungere la vetta di una montagna anche in sedia a rotelle.

    Daniel è diventato un dono per tutti, la sua capacità di vedere la bellezza ovunque è contagiosa, la sua mente frizza di nuove idee, l’entusiasmo illumina il suo volto. E poi sorride spesso e non solo; lui ringrazia per quello che ha, occhi sani affacciati sul mare della sua Sardegna, braccia forti per stringere gli amici, una mente lucida per dedicarsi ai suoi studi e un cuore grande che non smette di amare la vita e di cogliere il dono di ogni alba portatrice di nuove opportunità.