#biancabrotto

  • bellezzanelquotidiano23

    ARRENDERSI A QUEL CHE COMUNQUE ARRIVA

    L’ho incontrata all’ombra di una quercia spogliata di tutte le foglie e pronta a rinascere, Anna. La sua voce sottile mi ha raccontato una storia. A volte fra sconosciuti le parole scivolano più facilmente e sorprendono per le intimità che svelano.

    «Non l’ho mai fatto, sai, di starmene ai piedi di un albero senza fare niente - ha esordito Anna - Non faceva per me, non ne avevo il tempo. Avevo obiettivi da raggiungere, aerei da prendere, amici da frequentare e un lavoro impegnativo.

    Ero super organizzata, tutto si incastrava e, solo adesso che osservo il film, mi accorgo di aver viaggiato a bordo di un treno dall’interno del quale vedevo il tempo correre, mentre io restavo ferma nello stesso punto, il punto di chi, nel tentativo di controllare la propria vita, non la vive.

    Mentre la galoppata con i paraocchi procedeva, capitava che mia nonna mi dicesse: “Pensa di meno e affidati di più, dì semplicemente ‘Sia fatta la Tua Volontà’”, ma erano litanie d’altri tempi che, oltre a non comprendere, evocavano in me una quotidianità piatta con il rischio di un gran finale in croce.

    E poi la vita era mia, come miei erano i sogni da realizzare e quel che contava era la mia determinazione fatta di responsabilità, attenzione verso il prossimo e sana spensieratezza».

    Nella vita di Anna tutto funzionò a ritmo serrato fino all’alba di un giovedì; quel giorno la donna stava procedendo a bordo del vagone che conteneva tutti i suoi programmi, senza porsi troppe domande sulla destinazione finale del convoglio, quando l’ultima fermata la sorprese con una violenta inchiodata e lei si ritrovò sbalzata a terra, rotta fuori e dentro, piena di botte e senza più paraocchi addosso. Fine corsa.

    Rimase a lungo stordita e addolorata a curarsi le ferite, poi transitò nel tunnel della rabbia, infine smise di ribellarsi e, in quel momento, sorrise.

    Non aveva dimenticato né risolto alcunché ma, di colpo, aveva smesso di combattere-condurre-controllare e, per un infinito istante, si era ritrovata a contemplare con sguardo fermo la realtà, e ad accettarla.

    Scoprì anni dopo di aver fatto esperienza del “qui e ora” sfiorando altresì la grazia del «Sia fatta la Tua volontà» predicata dall’amata nonnina, e guardò con tenerezza la sua armatura da condottiera che, per timore di croci e vita piatta, le aveva per anni impedito di abbandonarsi fiduciosa alla Volontà della Vita, che porta sempre e solo amore.

    Anna oggi continua a lavorare e a seguire i suoi interessi, ma con una diversa modalità; si è arresa a quel che comunque arriva, non si identifica né con i successi, né con i fallimenti, ma tratta entrambi come semplici accadimenti protagonisti del tempo presente.

    Non regala più energie ai rancori passati e alle incertezze future e, ogni tanto, si sdraia sull’erba e lascia che i colori del cielo si fondino con quelli della terra, nell’inseparabile anelito della Vita di mostrarle che le volontà personali sono solo travestimenti, mentre la reale Volontà è una sola e la si riconosce perché contiene la ricetta della gioia.

    Il risultato della rinascita primaverile di Anna è la pace che la pervade e che si respira accanto al suo immenso sguardo azzurro, chiarificato dalla vita.

     
    #10aprile2021
    #GiornaleDiBrescia


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    Ringrazio la psicologa salodiana Luisa Poli per il suo appassionato ringraziamento.

     
    Lettera al Direttore del Giornale di Brescia 18.4.21

    CON LE PAROLE DI BIANCA IN CASA ENTRA ANCHE LA BELLEZZA DELLA VITA

    La ringrazio per aver incluso nel suo giornale la rubrica “La Bellezza nel quotidiano” di Bianca Brotto che ogni settimana ci porta in casa la Bellezza della parola e della vita.
     
    Mai come in questo periodo storico la comunità ha bisogno di ritrovare fonti interiori di fiducia, speranza e serenità.

    In quanto psicologa riconosco l’utilità e la necessità di comunicare emozioni e di ispirare le persone attraverso immagini, intuizioni, racconti e, personalmente, ritrovo ogni settimana spunti di questo genere negli scritti di Bianca Brotto.
     
    In particolare nel leggere il pezzo di sabato scorso “Arrendersi a quel che comunque arriva”, una strana bellezza è arrivata al mio cuore: la Bellezza della Verità.
     
     
    Questa Bellezza ha sfiorato il mio volto con delicatezza e l’ha girato nella direzione in cui avrei da sempre dovuto andare, se solo l’avessi scelto.
     
    Ma io non sceglievo, Direttore, non sceglievo per paura e, così facendo, mi condannavo ad una vita colma di paura.
     
    Poi ho letto la storia di Anna e qualcosa è esploso dentro di me facendomi, forse, arrivare al magico punto di “fine corsa”.
     
    Nel leggere l’articolo, infatti, il mio treno ha subito un brusco arresto e tutto d’un tratto mi sono accorta di aver sprecato tempo prezioso di vita, di aver rinunciato a tanto amore e di essermi crogiolata per anni nella gioia inespressa.
     
    Ho poi osservato ciò che mi aveva reso “viva” e “felice” e che avevo perso, ho chiaramente visto gli errori commessi e, finalmente, li ho accettati con la resa onorevole e incondizionata del guerriero che ha dato tutto se stesso.
     
    Spero un giorno di riuscire ad arrivare dov’è arrivata Anna affinché il dolore vivo e pungente che, talvolta, ancora riesce a togliermi il respiro, possa rappresentare il mio più grande alleato per una vera rinascita.
     
    Grazie ancora Direttore, il suo giornale è una preziosa fabbrica di parole che, quando scritte per mano di persone come Bianca Brotto che affidano la propria penna ad un volere superiore, toccano in profondità i cuori di chi le legge.

    Luisa Poli
    Salò
  • bellezzanelquotidiano24

    LE PAURE CI CONDIZIONANO SE NON LE CONOSCIAMO

    Ci accompagnano fin dalla nascita, ma possono condizionarci solo se non le conosciamo: sono le paure. Vivono nelle nostre profondità e, se vogliamo, possiamo osservarle. E accarezzarle.

    Non è facile scoprirle perché sono abilissime nel nascondersi, ma focalizzando l’attenzione sui nostri comportamenti, alcune di loro, come la paura dell’abbandono, la paura del non valere e la paura del lasciarsi andare, si paleseranno ai nostri occhi.

    Alfredo è un avvocato di grido, non l’ho mai visto senza giacca e camicia fresca di bucato (deve averne uno stock persino nell’armadio dell’ufficio).

    Agli occhi del mondo è un vincente: sul lavoro difficilmente perde una causa, nella vita privata cambia donna ogni volta che finisce un tubetto di dentifricio, è un formidabile sportivo e, nelle conversazioni, eccelle grazie all’innata simpatia e ad una cultura onnicomprensiva dello scibile umano.

    Un giorno, per caso (sempre che i casi esistano), Alfredo ha incontrato le parole di Pier Giorgio Caselli, un fisico, anzi un Maestro, che gli ha mostrato tre timori che accompagnano l’esistenza umana. Per il grande Alfredo accorgersi di averli tutti, è stato come ricevere un diretto alla testa da KO tecnico.

    In quell’occasione, infatti, il grande avvocato ha visto come all’origine del suo cambiare spesso donna, non ci fosse una libera scelta, ma un mollare per paura di essere abbandonato;

    nel lavoro, poi, il suo sbaragliare senza scrupoli gli avversari, era dettato dal dover dimostrare quanto valeva perché ai tempi della scuola, l’elogio paterno in occasione dei bei voti, aveva generato in lui l’equazione inconscia: essere bravo = valere (non essere bravo = non valere).

    Dopo la paura dell’abbandono e la paura del non essere granché, Alfredo ha contattato anche la terza paura, quella del lasciarsi andare, e si è accorto di come la battuta brillante e le competenze da sfoderare al momento opportuno, fossero atteggiamenti causati dal timore di essere semplicemente se stesso.

    Superata la scossa emotiva generata dalla visione delle tre ospiti, Alfredo è rinato e i suoi occhi, oggi, risplendono di una luminosità nuova che riflette la bellezza della libertà.

    «Quando Pier Giorgio ha detto che l’uomo coraggioso non è colui che non ha paura, ma colui che non ha paura di aver paura e che, quindi, accetta le proprie paure - mi ha confidato Alfredo con il sorriso della primavera addosso - mi sono sentito leggero. Di più. Mi sono sentito volare!

    È stato come trovarmi sull’orlo del precipizio della poesia di Logue, quella che racconta il dialogo fra un Maestro e i suoi discepoli: “Venite verso l’orlo del dirupo. Potremmo precipitare! Venite verso l’orlo del dirupo. È troppo alto! Venite verso l’orlo del dirupo. Ed essi vennero. E lui li sospinse. Ed essi volarono”.

    Sai, Bianca, quando sei libero, non ti interessa più vincere ad ogni costo perché vai bene così come sei. Che liberazione!

    Se poi una donna ti molla, pazienza! Tanto non c’è differenza alcuna fra abbandonare ed essere abbandonati, ma c’è un abisso fra l'ignorare e il conoscere le proprie paure.

    Quando però le vedi, non ne sei più schiavo, e ti rilassi. Allora sì che vivi. Vivi davvero!»

     
    #17aprile2021
    #GiornaleDiBrescia


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  • bellezzanelquotidiano25

    LA PACE INCONTAMINATA DELL'ESISTENZA

    «Tutto rosso?» urla nel cellulare una signora dall’umore temporalesco. Il battello spazzato dal vento fende le acque del Garda insieme alla trafila di insulti della donna, seduta sul ponte di prua.

    Il tempo di porre fine alla litigata, che le invettive esondano già in un nuovo sfogo telefonico: «Come si fa ad essere così…? - impreca mentre l’orizzonte si tinge di tramonto - Uno che non sa fare una, dico una lavatrice, senza rovinare tutto, non è a cento.

    E quell’altro? Degno figlio di suo padre! Fuori corso da quattro anni ma, poverino, è da capire. Due calci, altro che da capire! - tuona rabbiosa prima di concludere l’infuocato monologo - Minus habens anche l’impiegata!

    Ci credi che ho ancora il water intasato perché quella non riesce a far venire l’idraulico? Una così l’hanno fatta su misura a Botticino!»

    Sorrido pensando a scultori operosi che, nelle cave di marmo, scalpellano corpi femminili. La telefonata è terminata. La signora si alza e, barcollando a ritmo di onda, entra nel salone passeggeri trascinando con sé una valigia carica di guai. Nell’aria profumo di alghe e spruzzi di vento rincorrono cirri ramati sotto il tiepido sguardo degli ultimi raggi di sole.

    Osservo le nuvole; sono ovunque. Si addensano e si sciolgono mostrandoci la natura apparentemente solida e al tempo stesso evanescente, dei problemi che, come poc’anzi la signora, vediamo dappertutto: in chi frequentiamo, sul lavoro, negli eventi.

    I colpevoli delle nostre ansie sembrano essere là fuori e ne siamo più che convinti giacché il dramma che oggi si sta consumando davanti ai nostri occhi, è ben visibile a tutti. Ma come staremo quando i rumori-dolori che ci trapanano cervello e cuore, svaniranno?

    Ci sentiremo sollevati, questo sì, ma non profondamente in pace perché la pace, quella autentica, non è mai dipesa né da un miglioramento, né da un peggioramento della nostra qualità di vita.

    Guardo il lago spumeggiante, i gabbiani che sghignazzano e lo sfondo del cielo che, dietro le velature, non cambia. Che sia simile a questo sfondo, la pace? Una condizione sempre uguale a se stessa che resta immutata qualsiasi cosa accada in superficie?

    Quando viviamo increspati dalle ansie che abbondano a pelo d’acqua, accusiamo tutto e tutti dei nostri turbamenti e, mentre puntiamo l’indice, tre dita sono rivolte verso di noi, come ad indicarci la via.

    Se il nostro star bene o star male, infatti, dipendesse da fattori esterni, non saremmo uomini e donne liberi, ma esili barchette in balia dei venti.

    Ma così non è perché niente e nessuno potrà mai limitare la nostra libertà interiore che, come la quiete profonda, è una personale e inattaccabile dotazione di base.

    Come permettere alla pace dell’esistenza di venire a galla?

    Possiamo iniziare cercando in noi la causa delle nostre ansie; se avremo il coraggio di vederla, smetteremo di incolpare gli altri e, sgravati dal rabbioso peso delle invettive, la pace emergerà spontaneamente perché è già in noi e non si è mai mossa da lì. Come lo sfondo del cielo.

    La motonave attracca al molo del porto. Il silenzio avvolge l’aria ancora pregna di carezze dorate.

    La signora scende con passo da bersagliere. Poco distante un cigno addormentato nella culla del lago, riposa tranquillo immerso nella pace infinita che pervade ogni anfratto di vita.

     
    #24aprile2021
    #GiornaleDiBrescia


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  • bellezzanelquotidiano26

    OGNUNO DI NOI È RESPONSABILE DEL MONDO INTERO

    L’errore è pensare che i problemi del mondo siano talmente gravi da non poter fare nulla, singolarmente, per risolverli; in realtà la salvezza dipende proprio da ognuno di noi e dal nostro desiderio di sincronizzarci sulle frequenze del bene.

    Ci riescono i metronomi, a sincronizzarsi, ma anche le lucciole, i pesci, i cuori, gli uccelli, gli applausi…, quindi anche noi; è sufficiente allinearci sulla medesima frequenza e centrare un obiettivo comune a tutti, come quello di rigenerare il meraviglioso pianeta che ci ospita.

    Insieme non possiamo fallire.

    Il fenomeno della sincronizzazione è chiaramente visibile sia nelle realtà animate, sia in quelle inanimate come, ad esempio, nei metronomi che, posizionati in disaccordo su di uno stesso piano, si accordano e funzionano all’unisono.

    Stessa cosa avviene in natura quando i maschi delle lucciole, nel rituale dell’accoppiamento, coordinano il loro ritmo di oscillazione lampeggiando tutti contemporaneamente.

    Altre dimostrazioni le ritroviamo nelle cicale che friniscono in modo sincrono, negli uccelli che volano in stormi formando figure immense per difendersi dai predatori, e nei pesci che si muovono perfettamente coordinati in branchi di migliaia di esemplari.

    Secondo uno studio dell’Università della California, anche le frequenze cardiache di due innamorati sono sincronizzate, e gli esempi sembrano non finire mai: abbiamo sperimentato tutti che, quando applaudiamo, all’inizio ognuno ha un proprio andamento, ma poi ci ritroviamo a battere le mani allo stesso ritmo.

    Addentrandoci nel corpo umano è stato rilevato che, quando siamo in uno stato di calma interiore, vibriamo alla stessa frequenza della Terra ed è per questo che il nostro sistema di sopravvivenza, sempre proteso verso la salute fisica e mentale, punta naturalmente a sintonizzarsi sulle frequenze dell’ambiente e del pianeta.

    Quando nel campo energetico del mondo vengono immesse oscillazioni benefiche, le cellule e gli organi del nostro corpo, per il principio della risonanza, tendono a riprodurre quella stessa frequenza.

    Se, parimenti, il campo viene contaminato da onde di angoscia, il meccanismo che si attiva è lo stesso e la nostra prima emozione sarà di spavento ma, in seconda battuta, diventando osservatori di noi stessi, potremo decidere altrimenti.

    Non è grandioso? Se siamo consapevoli possiamo scegliere di non sottometterci alle vibrazioni scure della paura in tutte le sue pesanti manifestazioni (sofferenza, rancore, invidia, potere, possesso, rabbia…), ma di optare per le pulsazioni leggere della felicità che diventano virali quando emaniamo sorrisi, pace, amore, in una parola, luce.

    Essendo inevitabile influenzare, come del resto i metronomi e gli animali, prima chi ci sta a fianco e poi, una volta innescata la miccia, gli altri, ognuno di noi, con la propria scelta oscura o luminosa che sia, è responsabile del mondo intero.

    “È molto meglio essere allegri che tristi”, diceva Massimo Catalano, e allora smettiamo di sentirci separati, uniamo menti e cuori nell’unico scopo di salvare la Terra, e viviamo sereni con noi stessi e con gli altri.

    Se ce la fanno i pesci, gli uccelli e le lucciole, possiamo riuscirci anche noi perché a nessuno, proprio a nessuno, manca la fantasia per fare, di ogni giorno, un sorriso.

      
    #1maggio2021
    #GiornaleDiBrescia


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  • bellezzanelquotidiano27

    TROPPO BREVE LA VITA PER SPRECARLA IN RIMPIANTI

    È una donna luminosa, Rita; ha figli sani, nipotini affettuosi, una professione di soddisfazione, una casa confortevole e amicizie autentiche. Eppure non è felice. Un tarlo profondo la consuma dentro: è un senso di colpa.

    Mi chiedo: perché è così difficile liberarsi dal giudizio di avere fallito o di non essere stati abbastanza bravi? Potrebbe essere così arduo perché ciò da cui vorremmo affrancarci, non esiste?

    Rita e Gianni erano ventenni quando si sono sposati e il loro matrimonio non ha funzionato. Nonostante ora siano divorziati e conducano una vita apparentemente senza problemi particolari, sia lei, sia lui, convivono con il tormento dell’errore che li avvolge con una massa informe di pensieri:

    Non sono riuscita a dare un papà decente ai miei bambini”, “Non sono stato un padre all’altezza delle aspettative”, “Non ho capito che era troppo immaturo per avere figli”, “Non mi sono divertito quando ero ragazzo, cosa c’è di male se recupero il tempo perduto?”

    Un groviglio mentale tiene in scacco i due cinquantenni e, mentre il tempo passa, i loro crucci interiori non sembrano tramontare. Rita giudica se stessa come madre fallita, Gianni critica gli altri per sentirsi migliore, i ragazzi condannano i genitori: il padre per avere anteposto i propri desideri a loro, Rita per non essere riuscita a tenersi un uomo.

    In questa catena di sentenze che rimbalzano di genitore in figlio, in un interminabile incontro di tennis nel quale la palla non esce mai di campo, stanno tutti male, come se ognuno fosse colpevole di qualcosa; e se tutti quanti, invece che infierire sulle colpe, iniziassero a vedere inevitabili cause dalle quali sono scaturite ineluttabili conseguenze?

    Potrebbe, questo, essere un modo per smettere di rimuginare sul passato, e inforcare le redini del presente, e di sé?

    Rita ce l’ha fatta e ha trovato pace; ha deposto il metro con il quale giudicava l’ex e, fra l’altro, ha constatato di non avere nulla da perdonarsi e da perdonare essendosi, sia lei, sia Gianni, comportati nell’unico modo a loro possibile.

    «Finché non si matura spiritualmente - afferma con tono pacato - non si agisce in modo conscio, ma si re-agisce istintivamente a quel che accade.

    Questo non è né bene, né male, è la realtà di quando si è immaturi. Un giorno mi sono detta: che faccio, me la prendo con due bambini che, in una stanza priva di luce, hanno mandato in frantumi un vaso, inciampando in un tappeto?»

    È magnifico vedere le persone che lasciano andare il peso della colpa propria e altrui, perché fanno star meglio tutti. È come se, nel soggiorno dell’esistenza, d’un tratto si accendesse una lampadina e, alla luce dalla consapevolezza, fosse tutto chiaro.

    Niente vittime. Niente carnefici. Niente giudizi.

    Solo persone che indossano un corpo e una mente per fare esperienza di una vita che, trascorsa al buio dormendo, è un problema da risolvere, ma danzata a occhi aperti in pieno sole, è un dono da scartare.

    Che bellezza realizzare che per-dono veniamo al mondo, che per-donando ci regaliamo il diritto di essere felici e che, scrive Harvey Mackay in una bellissima poesia, “la vita è troppo breve per svegliarsi la mattina con dei rimpianti”!

      
    #8maggio2021
    #GiornaleDiBrescia


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  • bellezzanelquotidiano28

    IL TEMPO CHE NON ABBIAMO È QUELLO CHE SPRECHIAMO

    Sono seduta al PC che lavoro, quando sopraggiunge la notifica di un SMS; non posso guardarlo o rischio che mi si chiuda la schermata, vanificando quanto fatto finora.

    Squilla il cellulare, butto un’occhiata per capire se posso evitare di rispondere e, nel farlo, scorgo l’icona delle mail che ne annuncia 5 non lette.

    Attendo una risposta importante, apro la casella e trovo tre pubblicità e due bollette; mi disiscrivo dalle liste di chi mi invia promozioni non richieste e, mentre sto tornando alla schermata del PC, mio figlio mi chiede di pagare le tasse universitarie per potersi iscriversi all’esame.

    Me ne occupo subito e “beep”, arriva un whatsup: i messaggi non letti sono dieci, li scorro velocemente, il cellulare suona, numero sconosciuto, potrebbe essere il corriere, rispondo e vengo travolta da un’ondata di parole sul trading online. La interrompo bruscamente.

    Torno alla schermata del PC. Si è chiusa. Tutto da rifare.

    Impreco mentre la notifica dell’agenda mi ricorda un appuntamento. Mi catapulto in auto con la spiacevole sensazione di aver fatto poco, e quel poco male.

    Mentre guido mi chiamano per un elaborato che giace da due settimane nella posta da leggere; sconsolata rispondo di non essere ancora riuscita ad aprirlo e, nell’affermarlo, un urlo mi tuona dentro: «Smettila di dire che non hai tempo e accorgiti di quello che sprechi!»

    È un lampo improvviso che accende una luce nel cumulonembo dei miei pensieri.

    Mi chiedo: perché corro? Ho forse fretta di morire? Mi sorprende il ricordo liceale di un passo del ‘De Brevitate Vitae’ di Seneca che il mitico professor Matteo Perrini declamava con occhi lucidi:

    “ (…) Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne perdiamo molto. La vita è sufficientemente lunga e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle imprese più grandi, se fosse messa a frutto tutta intera con attenzione; ma (…) quando non viene spesa per nulla di buono, una volta che l’ora estrema ci incalza, ci accorgiamo che è trascorsa quella che non abbiamo capito che stava passando».

    Mi fermo e osservo il formicaio umano che abita le città; le persone brulicano di impegni e, per onorarli, continuano a divorare minuti senza, tuttavia, riuscire a saziarsi mai.

    Se, dice Einstein, "Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che facciamo mentre sta passando”, in cosa consiste veramente il nostro fare?

    Siamo capaci di focalizzare la nostra attenzione, o siamo biglie impazzite dalle menti frammentate che rincorrono lucine e suoni nel loro accendersi e spegnersi continuo?

    Se non cadiamo nella trappola della giustificazione, ma guardiamo tutto questo con serenità e determinazione, possiamo riprendere in mano “ciò che facciamo mentre il tempo sta passando”, e agire magari, laddove possibile,

    silenziando tutte le notifiche del cellulare e permettendogli di avvisarci solo se ci chiamano, chiudendo le applicazioni mentre lavoriamo, rispondendo a mail, social e messaggi due volte al giorno e, ad una certa ora, riponendo il telefono nel cassetto.

    Oltre a notare che si può lavorare di meno e rendere di più, potremmo riscoprire la bellezza di una partita a scacchi, il piacere della lettura, il relax della musica e le stelle che, nel silenzio del cielo infinito, non hanno mai smesso di illuminare la notte con i loro sorrisi.

     

      
    #15maggio2021
    #GiornaleDiBrescia


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  • bellezzanelquotidiano3

    AFFINCHÈ LA VITA NON SIA SOLO LOTTA

    Hai presente quando metti tutto il tuo denaro in un’attività nella quale credi ciecamente facendoti anche prestare denaro dagli amici che a loro volta credono in te?

    Hai presente la gioia di andare al lavoro con il cuore gonfio di passione? Ricevi commesse, chiami i fornitori, scherzi con i dipendenti e poi via in auto dal tuo cliente più importante che ti ha invitato a pranzo per parlarti di un nuovo affare.

    Ti senti realizzato ed è proprio lì, in quel frangente di esistenza che stai assaporando a grandi sorsi che, all’improvviso, tutto crolla.

    I tuoi beni, casa compresa, vengono messi all’asta, tua moglie non ti rivolge la parola, tuo figlio si vergogna di te, gli “amici” ti evitano tranne quelli che ti chiamano per poi parlottare alle tue spalle, il tuo cane va sotto una macchina e la tua, di macchina, torna alla concessionaria perché non puoi più pagare le rate del leasing.

    Non accetti nulla di tutto ciò, devi resistere e affrontare le battaglie una alla volta e, a tutti i costi, ogni pezzo tornerà al proprio posto.

    Un mattino ti alzi ed esci di casa insieme alla tua angoscia. Hai un appuntamento in banca e, mentre attraversi il parco della tua città, inizia a piovere.

    Ti rifugi sotto una grande quercia, lì l’acqua arriva filtrata dalle braccia dell’albero e tu, con la schiena appoggiata al tronco, mescoli le gocce dei tuoi occhi a quelle del cielo. Si è alzato il vento che schiaffeggia l’acqua contro il tuo viso, ma tu non ci fai caso, sei una statua di marmo che cerca solo di respirare.

    Ti accorgi che stai calpestando qualcosa, guardi a terra, è un libro dalla copertina blu. Lo raccogli, lo apri, leggi: “L’amore, la guarigione e un perdono autentico sono ben più semplici del dubbio, della preoccupazione, delle difficoltà di relazione, dei problemi economici, della fatica di capire come riparare tutto quello che si è rotto.

    Lasciar andare è molto più semplice che restare tenacemente attaccati, la fiducia dà molta più forza della resistenza. Il viaggio della vita non dovrebbe essere una lotta”.

    L’ultima frase rimbomba in te con la vertigine di un inaspettato KO, perché la tua vita è solo una lotta, tu devi riparare ciò che si è rotto e non puoi lasciar andare proprio un bel niente o sarai finito!

    Solo un pazzo può aver scritto quelle parole, eppure sei stordito da un minuscolo dubbio che ti si è infilato sotto pelle. “La fiducia dà molta più forza della resistenza”? No! Tu non ti fidi più di nessuno e resistere è l’unico imperativo possibile.

    Ma il dubbio è ancora lì e ti fissa, adesso ha la forma di una carezza che, dolcemente, ti scalda dentro.

    Ricominci a camminare, pioviggina ancora sul tuo viso, sai che in banca ti umilieranno eppure ti senti più leggero. Alzi lo sguardo; una fessura di luce ha spalancato il cielo plumbeo per colpirti con un raggio di sole.

    Sorridi. Lo sai che non ha senso, eppure sorridi, non puoi farne a meno. Nuove lacrime rigano il tuo viso, hanno il sapore della gratitudine e l’enormità di una certezza: non sei solo.

    14 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano4



    NOI, CHE ALLO SCOGLIO URLIAMO "SPOSTATI"

    Gli scogli sono ruvidi e affilati, mi siedo cercando di adattarmi alla loro conformazione spigolosa. Osservo l’acqua del mare che ripetutamente si infrange contro la roccia e ben presto mi dimentico della mia seduta scomoda perché qualcosa di grande si sta consumando davanti ai miei occhi: le onde continuano ad arrivare a riva, a schiantarsi sulla pietra e a non farsi male.

    Mi chiedo che differenza ci sia fra loro e meNon sono fatta anch’io per lo più di acqua? Cosa mi sta dicendo questa schiuma che dopo aver sbuffato contro la costa, si nebulizza fino ad accarezzarmi il sorriso? 

    Guardo gli scogli che ho incontrato vivendo, osservo le fratture interiori che mi hanno provocato, ed è lì che capisco cosa mi ha fatto davvero male;non sono state le persone impregnate di egoismo a rompermi dentro, e nemmeno i comportamenti inconsapevoli di uomini e donne accecati dalle illusioni del mondo, ma il non essermi fatta acqua.

    Ogni volta che ho opposto resistenza alla meschinità che mi investiva, è stata la mia rigidità a ferirmi, del tutto inutile, fra l’altro, dal momento che la mia non accettazione non avrebbe modificato la scena già andata in onda sul palcoscenico del mondo.

    L’acqua davanti a me, invece, accoglie e avvolge lo scoglio, non lo vorrebbe diverso, nell’avvicinarsi non gli ordina “Spostati!”, lei semplicemente arriva e sia che trovi pietre aguzze, sia che penetri negli anfratti della roccia, l’acqua fa solo l’acqua onorando l’esistenza così come le si presenta.

    Forse l’acqua è dentro di noi per insegnarci ad essere come lei, perché per quanto pungenti siano state le sofferenze che ci hanno trafitto, l’acqua non ha mai smesso di giungere a riva; mentre ci ribellavamo, l’acqua abbracciava le barche nei porti, mentre piangevamo, l’acqua inondava la roccia di schiuma, mentre ci arrabbiavamo, l’acqua lambiva la sabbia adattandosi naturalmente ad ogni forma.

    Ma se siamo corpi composti da una massa che percepiamo come peso, ma che di fatto è formata da vortici di energia, possiamo, al pari dell’acqua, assumere e accogliere ogni forma e smettere di fare di testa nostra urlando agli scogli “Spostati!”?

    E se non solo noi, ma l’universo intero è fatto da “reti di energia vibratoria che emergono da qualcosa di ancora più profondo e sottile”, come affermò il fisico tedesco Werner Heisenberg che nel 1932 ricevette il Premio Nobel per la fisica "per la creazione della meccanica quantistica”, non è che siamo qui per stabilire un contatto cosciente con questa energia che è fuori e dentro di noi, un po’ come l’acqua?

    Farsi acqua per adattarsi alla forma degli eventi nei quali incappiamo, potrebbe non essere la via della rassegnazione, ma della consapevolezza che ci avvicina, onda su onda, all’essenza “profonda e sottile” di Chi siamo.

    Non siamo forse nati per questo?

    L’acqua non sembra aver bisogno di ricordarselo. 

    21 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano5

    L'AUTUNNO, CHE INSEGNA A LASCIAR ANDARE

     Succede ogni anno, in città come in campagna, ad una ad una le foglie si staccano e danzano leggere prima di appoggiarsi al suolo e travestirsi da fiori invernali, offrendoci un tappeto multicolore dal profumo inconfondibile. A volte nemmeno ci facciamo caso, altre le osserviamo distratti vedendo le solite foglie gialle, rosse e marroni che in autunno cadono.

    Guardo le fronde quasi spoglie dei pioppi e mi chiedo se le poche foglie ostinatamente aggrappate ai rami, non siano lì per farci vedere qualcosa, ad esempio le nostre vecchie ferite, quelle che abbiamo ancora addosso ma che, imitando gli alberi, potremmo lasciar andare.

    In campagna ci penserebbe poi Madre Terra ad accoglierle, trasformando ogni fardello che saremo riusciti a sganciare, in fertile humus, in città sarebbero gli operatori ecologici a spazzarle e noi potremmo celebrare, osservando i mucchi di tristezze andare al macero, una fine che contiene già un nuovo inizio.

    Nei prossimi giorni gli alberi a foglie caduche si spoglieranno del tutto, sarà una sorta di ultimatum e, se riusciremo a fare come loro, il nostro cuore batterà più leggero giacché quel peso fatto di sconfitte, rancori, delusioni, tradimenti, grandi ‘no’ urlati con furore, non sarà più lì a tormentarci nel profondo, rendendoci gravoso il procedere.

    Mi commuove la pazienza della natura che, anche quando ci vede distratti, non si stanca di fornirci ogni giorno le istruzioni per vivere e mi chiedo: c’è un modo per recuperare l’istintivo contatto con la terra che avevano i nostri antenati e che noi abbiamo perso?

    La parola ‘educazione’ (dal latino ex-ducere) significa ‘tirare fuori,’ e allora perché non dedicare a scuola un’ora a settimana al tirare fuori informazioni da quanto ci circonda?

    Già immagino la prima osservazione: «Maestra, perdo i capelli» E la maestra rispondere: «Guarda fuori! Com’è l’albero del cortile?».
    «Perde le foglie».

    «Esatto! In autunno gli alberi perdono le foglie e noi i capelli; guarda anche gli animali come i conigli, i lupi, gli orsi… il loro manto ‘muta’ e il loro corpo si ricopre di un pelo più folto per proteggerli dal freddo - direbbe la maestra aggiungendo - e cos’altro, secondo te, potremmo lasciar andare oltre ai capelli?»

    Anche se nessun insegnante ci ha mai indicato il nesso tra quanto succede dentro e fuori di noi, la natura ce lo mostra da sempre e lo sta facendo anche adesso lasciandoci liberi di fare di testa nostra o di accogliere l’aiuto nel quale siamo immersi.

    La domanda è: siamo pronti a recepire la lezione di questa stagione? Se così sarà, spogliati dai carichi del passato, procederemo più leggeri verso l’inverno, tempo di riposo, per prepararci alla rinascita primaverile che ci vedrà rivestirci di nuove gemme che diventeranno nuovi fiori e nuovi frutti.

    Ma quanta bellezza c’è nell’autunno che ci ama in ogni foglia che, insieme alle nostre malinconie, dolcemente si stacca e volteggia fino a terra?

    28 novembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano6

    PRANZIAMO CON TUTTI I SENSI. SEMPRE.

    È sera, una famiglia è riunita attorno al tavolo per la cena, nessuno parla a parte il televisore che trasmette il telegiornale. Quando i bambini cercano di dire qualcosa, vengono subito zittiti da un imperioso «Ssstt, che non sento!» e il mio ricordo corre ai giorni trascorsi in un monastero benedettino, dove i pasti si consumavano in silenzio, un diverso silenzio:

    durante il pranzo un monaco leggeva alcune pagine di un libro che avrebbe portato nutrimento allo spirito, mentre a cena era la musica classica ad allietare la consumazione delle vivande.

    E noi? Ci siamo mai chiesti, oltre alla bocca, cosa ‘mangiamo’ con orecchie, occhi, naso e pelle?

    Se la cena diventa l’occasione per scaricare le tensioni della giornata, il nervosismo inzupperà il nostro cibo, se è la televisione a parlare, saranno le notizie imbevute di paura e di violenza ad alimentarci, se il pranzo è di lavoro, inghiottiremo vitamine o ansia da prestazione condita con salsa alla fretta?

    Quanto importante sarebbe consumare almeno una pasto al giorno in silenzio o con un piacevole accompagnamento musicale (UDITO) di sottofondo, prestando attenzione solo a quel momento?

    Propongo l’esperienza del pasto consapevole. Seduti in silenzio (niente TV, PC o cellulare) davanti al nostro piatto preparato e impiattato con amore, accendiamo una candela, sorridiamo e ringraziamo la vita per il dono che stiamo per scartare.

    Respirando lentamente, osserviamo (VISTA) la pietanza, ad esempio un broccolo romanesco, e sfioriamo (TATTO) la moltitudine di cavoletti, simili a conchiglie, posizionati con precisione assoluta a forma di spirale, in un moto circolare che si avvicina al centro e che dal centro si allontana.

    La spirale è una forma geometrica, ricca di significato, fra le più diffuse in natura che ritroviamo, solo per fare qualche esempio, nelle galassie, nel moto dei cicloni, nei fiori così come nel nostro DNA.

    Ammiriamo il prodigioso vortice che affonda la sua origine nella notte dei tempi e poi aggiungiamo alla nostra esperienza il profumo (OLFATTO) che il broccolo emana, il piacere dal sapore (GUSTO) che grazie alle papille linguali percepiamo e, infine, godiamoci l’appagarsi dell’appetito che si placa man mano assaporiamo con calma il nostro capolavoro d’architettura naturale.

    Il pasto consapevole sulle prime non è facile; la nostra mente, poco abituata al silenzio e alla presenza, cerca di evadere con distrazioni di vario genere, ma noi possiamo, con gentilezza, rassicurarla e riportarla a quel momento sacro in cui abbiamo deciso di prenderci amorevolmente cura di ogni nostro senso.

    Siamo diventati più selettivi nei confronti della qualità del cibo che acquistiamo, senza parimenti occuparci degli altri ‘ingredienti’ che ingeriamo.

    Se ne siamo consapevoli, possiamo riportare attenzione a tutti i nostri nutrienti e quel tempo che ci dedicheremo non sarà sprecato, ma regalato. Anzi, magnifico!

    5 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano7

    SANTA LUCIA NON È UNA QUESTIONE DI ETÀ 

    Una notte piena d’emozione, difficile addormentarsi, c’è l’attesa della sorpresa, sta per succedere qualcosa di fantastico e accadrà tutto fra poche ore. In un battito di ciglia spalanchiamo gli occhi, abbiamo dormito poco, ma siamo sveglissimi.

    È ancora buio e la casa è abitata dal silenzio. Scattiamo a sedere sul letto con gli occhi fuori dalle orbite, non stiamo più nella pelle, è ora di uscire dal tepore delle lenzuola, ma non prima di aver fissato il pavimento scossi da un tumulto di timore e speranza insieme che ci fa trattenere il fiato.

    Sorridiamo ricominciando a respirare: lei c’è. La stradina colorata di caramelle inizia proprio dal nostro letto. Appoggiamo i piedi sul pavimento e la seguiamo riempiendoci sulle prime le manine di dolcetti, ma rimandando la raccolta a dopo perché esplodiamo di curiosità e le gambette ci stanno già portando in fretta di là.

    Usciamo dalla camera, il corridoio è avvolto dal buio, la linea golosa ci guida, accendiamo la luce con il cuore a mille e… “Ohhhhh!” ci blocchiamo alla vista della stradina fatata che finisce proprio dove inizia il mondo dei balocchi.

    Ce la ricordiamo l’eccitazione di quella notte? I campanellini che ci facevano sussultare, le carote e la farina gialla per l’asinello, i biscotti o il caffè per la Santa?

    12 dicembre 2020, ci siamo. Stiamo per entrare nella notte di Santa Lucia, una data che non smette mai di esistere dentro di noi perché, quel che sta per succedere, non è una questione di età, ma una questione di cuore.

    Non avremmo, infatti, mai potuto vivere la magia di Santa Lucia se ‘lei’, ogni 13 dicembre, in compagnia di asini e sbadigli, non fosse stata animata dal desiderio di donare giochi, dolci, gridolini, emozioni…, in una parola, amore.

    E quell’amore è ancora qui, ora, e sta per avvolgere non solo i bambini, ma anche i grandi che sceglieranno di sintonizzarsi sulla frequenza magica di chi dona per il puro piacere di donare.

    Il nome Lucia deriva da ‘lux’, luce, e allora eccoci tutti protagonisti di un giorno speciale nel quale diffondere luce facendo piovere centinaia di doni dal cielo.

    Come? Offrendo ad una o più persone sconosciute un gesto cortese, un fiore, un caffè, un lumino, quello che vogliamo. Il tutto, naturalmente, in assoluto anonimato. A prova di Santa.

    E allora mi piace immaginare mani amorevoli che scrivono parole gentili su di un biglietto, lo mettono con una candela in un sacchetto colorato, lo chiudono con un fiocco e lo lasciano sull’uscio di una porta o sul parabrezza di una macchina.

    Mi piace pensare alla bellezza di un gesto incondizionato che decolla dal cuore e atterra leggero sulla soglia di un’umanità che ha sostituito il verbo prendere con il verbo dare.

    Mi piace sognare la gratitudine di chi troverà un regalo inaspettato e la cascata di sorrisi che quella sorpresa innescherà.

    Infine mi piace guardare a questa vita così difficile, così spietata, ma al contempo così generosa da lasciarci liberi di scegliere chi essere. Ogni ‘santo’ giorno.

     

    12 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano8

    L'AMORE DEL NATALE NON È UN BENE IN SALDO

    Non penso sia per via del compleanno del Salvatore, quella data è una convenzione, nessuno sa quando è nato Gesù, ma sta di fatto che tutti, credenti e non credenti, in questi giorni si sentono in festa e preparano l’albero, accendono le lucine, pensano ai regali e ai pranzi.

    Cosa c’entra tutto questo con il bimbo deposto nella mangiatoia? I “Buon Natale e Buone feste” che si sprecano e che riceviamo persino da coloro che non sentiamo mai, cosa ci vogliono dire?

    Io penso si tratti di fame. Fame d’Amore.

    Sì perché a Betlemme, con il Nazareno, è nato l’Amore, la rivoluzione dell’Amore, il significato e l’unico scopo della nostra vita!

    I simboli di questi giorni lo rendono evidente: le luci sono un rimando alla Sua luce, i regali ci mostrano il dono d’Amore che arde già in ogni cuore, i nostri cari ci ricordano che non siamo soli, le pietanze ci raccontano di un Nutrimento che sazia in eterno.

    Ma non succede solo a Natale, la buona notizia è che Gesù, anche quest’anno, ricorda al mondo intero che quel bimbo nasce ogni giorno dentro di noi per saziarci perché, diciamocelo, siamo tutti affamati d’Amore; lo elemosiniamo nelle relazioni affettive, dagli amici, dai parenti, persino dagli animali, come se ci fossimo scordati chi siamo e continuassimo a nuotare assetati in un lago di acqua cristallina alla ricerca di quel bicchiere che ci consentirà di bere.

    In questo spasmodico rincorrere chimere affettive, prima o poi cozziamo contro il muro delle nostre illusioni, ci lecchiamo le ferite pensando di non valere granché e ci deprezziamo finendo poi per metterci in saldo; ricordiamocelo quando vedremo sulle vetrine il cartello “SALDI”: quelli siamo noi!

    Sta di fatto che essendo l’Amore il nostro costituente, il desiderio di manifestarlo è innato e riuscendoci di rado nella quotidianità, ecco che almeno a Natale vogliamo esprimerlo diventando buoni e prodigandoci negli auguri; ma mentre i cellulari inviano canzoncine, le case si riempiono di alberelli colorati e le strade scintillano di addobbi, il nostro cuore tormentato da cotanto rumore continua a non trovare pace.

    Fermiamoci. Accendiamo una candela e osserviamola, in silenzio.

    C’è una vocina lieve, aleggia nell’aria, è ovunque, per udirla dobbiamo quietare il vortice dei pensieri e smetterla di correre. Ci sussurra: “Tu sei Amore, figlio mio! Scegli di onorare la tua Natura così che le tenebre e il gelo della morte non ti avvolgano rendendoti freddo e rigido con te stesso e con gli altri”.

    Natale è un tempo prezioso per prenderci cura del “nostro Io smarrito”, come lo chiama Paola Brighenti, per rassicurarlo e dirgli: «Stai calmo, non avere paura, non sei solo. A dispetto delle tragedie messe in scena dall’umanità, l’Amore è ovunque».

    Allora i nostri occhi si apriranno e, senza bisogno di parlare, risplenderemo di una nuova luce che si diffonderà attorno a noi inondando i cuori che incontreremo e allora sì che sarà davvero un “Buon Natale” perché, finalmente, saremo sazi. Sazi d’Amore.

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    #19 dicembre 2020
    #GiornaleDiBrescia

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  • bellezzanelquotidiano9

    LA GIOSTRA DELLA VITA E IL BILANCIO DEL CUORE

    Mi succedeva sempre di stupirmi quando, in prossimità del valico di fine anno, prima di scrivere i miei obiettivi di vita nel bilancio preventivo dei mesi a venire, andavo a rileggere le mete che mi ero prefissata l’anno precedente; molti dei miei desideri si erano realizzati come se l’averli messi nero su bianco, li avesse fortificati.

    Sorridevo a me stessa, a quello che 365 giorni prima era così importante mentre in quel momento non lo era più, e a quanto, invece, era balzato prepotente in primo piano.

    A lungo mi sono impegnata a redigere bilanci giocando a fare la ragioniera a cavallo ora di un unicorno, ora di una giraffa, ora di un leone, continuando a girare in tondo sulla giostra dell’esistenza che, con tanto di musica e zucchero filato, consumava incessante le ore che mi separavano dal successivo 31 dicembre.

    Quel giorno scendevo, mi sgranchivo le gambe, mangiavo una ciambella, controllavo il bilancio passato, scrivevo i nuovi traguardi e poi risalivo sul carosello, cambiando animale, e ricominciando a girare.

    Attorno a me la gente passava, il cielo cambiava colore, le voci concitate si alternavano al brusio di sottofondo, i venditori di caramelle riempivano nuovi sacchetti, ma i miei desideri e il mio volerli cavalcare, erano sempre lì.

    Quando la musica si abbassava mi succedeva, talvolta, di udire i rintocchi del mio cuore; in quei momenti avevo l’impressione che il tempo non corresse lungo una linea, che il mio procedere fosse illusorio e che, mentre il mio corpo era in movimento sulla groppa degli animali, io non stessi, in realtà, andando da nessuna parte.

    Un giorno il mio cuore ha sussultato così forte, da disarcionarmi. 

    Gli animali della giostra continuavano a dondolare, la musica era allegra e le bancarelle piene di caramelle, ma io, all’improvviso, non mi divertivo più anzi, a dirla tutta, mi annoiavo proprio. È stato allora che sono scesa dalla giostra e mi sono allontanata.

    Passo dopo passo sono arrivata in un prato e mi sono seduta ai piedi di una grande quercia. Lì ho incontrato l’immensità del cielo terso, il solletico della formica sulla mano, i trilli gioiosi degli uccellini, il calore del sole sull’erba, le farfalle leggere nell’aria e tutto era silenzio, miracolo, danza, musica, amore. Io.

    C’era Vita, quella che prima non riuscivo a percepire, un po’ per via dei rumori, un po’ per le continue distrazioni che fra animali fantastici, dolciumi e compagni di gioco, rendevano quel vorticoso girare, un appassionato caos.

    E adesso? Non c’era più nulla da cercare, bilanci da scrivere e budget da controllare, ogni cosa era al posto giusto, ferma eppure in continuo divenire. Tutto era già presente. E perfetto.

    Me ne stavo immobile a guardarmi attorno; mentre le lacrime rigavano salate il mio sorriso, la meraviglia si dispiegava solenne davanti ai miei occhi mostrandomi un immenso Parco Naturale al centro del quale il grande Architetto aveva posizionato un Luna Park, perché io fossi libera di sperimentare le diverse attrazioni, ma anche di scegliere la pace incontaminata che da sempre aveva regnato sullo sfondo del palcoscenico, avvolgendo i rintocchi del mio cuore. Ad uno ad uno.

     

     

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    #2 gennaio 2021
    #GiornaleDiBrescia

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  • dipende1

    UN UOMO LIBERO


    Io, Beppe, non l’ho conosciuto, ma la sua bellezza è arrivata fino a me attraverso le parole di chi ha percorso un pezzo di strada al suo fianco. Mi spiace non aver ammirato la limpidezza del suo sguardo, perché ci sono uomini con la “u” maiuscola che quando trovi ti restano dentro, il loro cuore è spalancato sul mondo ed è quella la forza che anima le loro azioni e dà spazio alla loro libertà.

    Non è facile incontrare uomini liberi, sono una rarità; si è tutti condizionati fin dall’infanzia e, crescendo, diventa normale vivere all’interno di schemi ereditati che se, da un lato, possono anche essere salvifici per la crescita, dall’altro diventano recinti pieni di egoismo.

    Queste gabbie sono confortevoli, permettono rapporti interpersonali, svaghi, professioni e stare al loro interno fa parte della routine quotidiana fino al giorno in cui, inaspettatamente, si incrociano occhi luminosi e imprevedibili che ci conquistano per la loro accoglienza e per la leggerezza che diffondono.

    Questi sguardi sono particolari perché le persone che li indossano sono evase dalla prigione e, pur rispettando tutti, camminano leggere per il mondo fluendo con naturalezza e rivelandosi una benedizione speciale per chi attraversa il loro sentiero.

    Il passaggio nella nostra vita delle persone speciali, lascia sempre una scia amorevole che si colora delle tinte più belle, quelle che riescono a dare un senso persino ad un giorno triste ed il motivo è semplice: questi uomini che hanno compreso come il far star bene gli altri, faccia star bene se stessi, sono usciti dalle gabbie dell’io-io-io e sono diventati liberi,… liberi di lasciar vivere, esprimere, lavorare, parlare gli altri, senza interferire, senza giudicare.

    Quando un grande uomo valica il grande portone, lascia il corpo, ma non lascia la vita che quel corpo ha animato, e allora è ancora qui e la sua presenza resta palpabile fra i numeri di una banca, così come tra le pieghe di una pagina che si compone e diventa giornale, preso e sfogliato da altri occhi che a loro volta si toccano fra le righe della carta e che, da quelle parole, vengono toccati, fino a diventar sospiri e poi nuvole e infine cielo… un cielo che quando lacrima torna alla terra, perché tutto ciò che va ritorna o, forse, non si è mai mosso da dove era.

    Guardare quel cielo ed essere ancora capaci di un sorriso, dipende solo da noi, dal nostro sguardo oltre le nuvole, dal nostro cuore che si espande al di là del tempo, dal nostro liberare la mente oltre lo spazio dell’ultima notte che diventa giorno e poi ancora notte, in un continuo divenire.

    Anche fidarsi di tutto ciò dipende da noi, e quel Dipende che sembrava finire con Beppe, è la barca che veleggia al tramonto così come all’alba del nuovo giorno, perché non c’è fine senza nuovo inizio e inverno che non abbia lasciato il posto alla primavera. Da tempo immemore.

     
    #febbraio 2021
    #Dipende - #GiornaleDelGarda




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  • E se il re non fosse mai stato davvero nudo?

    La mia ultima genialata ha il sapore del Covid, la redditività di una miniera d’oro e un nome: “THE MASK”.

    Si tratta di una mascherina di nuova generazione che permette di respirare come se non ci fosse e, al contempo, protegge da tutte le nanoparticelle presenti nell’aria, virus e batteri compresi. 

    È comoda da indossare e non va mai tolta, nemmeno per mangiare e per fare l’amore, ed è così leggera che proprio non la si sente; ne basta una per tutta la vita perché, essendo autopulente, non necessita né di lavaggio, né di sanificazione. 

    Costa 100 euro, ha già ottenuto la certificazione dell’ISS e il Presidente del Consiglio è diventato il principale testimonial della campagna di comunicazione andata in onda su tutte le televisioni. Lo spot, realizzato a tempo di record, inquadra il Premier in una giornata tipo nella quale lo si vede alzarsi, indossare THE MASK, lavarsi la faccia, fare colazione, dare un bacio alla compagna e recarsi con la scorta a Palazzo Chigi, poi uscire, cenare in un ristorante, lavarsi i denti e andare a letto: tutto sempre indossando THE MASK.

    La pubblicità progresso ha convinto gli italiani e il Premier ha riacquistato la popolarità minata dai vari DPCM che, violando alcuni diritti fondamentali sanciti dalla costituzione, avevano innervosito gli italiani che si erano sentiti vittime di un sequestro di persona di massa.

    Adesso che con l’autunno arrivano gli inevitabili colpi di tosse e annesse febbriciattole stagionali, THE MASK è la soluzione al problema del secolo e la vera alternativa al vaccino del quale gli italiani non si fidano essendo a base di RNA messaggero che, si dice, li renderebbe individui geneticamente modificati.

    Il Comitato Tecnico Scientifico ha inoltre dimostrato che l’utilizzo di THE MASK, combinato con l’esercizio fisico e con una sana alimentazione, rinforza il sistema immunitario e si prevede che la popolazione del pianeta, liberata dalla fobia del virus e aiutata da uno stile di vita più sano, tornerà a vivere senza l’assillo della paura che, a detta degli esperti, insieme a quello economico rappresenta oggi il problema più serio da curare.

    Come accorgersi di chi indossa THE MASK se è così leggera, traspirante e trasparente da non sentirsi e non vedersi? Basta seguire le istruzioni scritte sulla confezione:

    - aprire la scatola;
    - estrarre i fili blu e rosso;
    - appoggiare dietro l’orecchio destro il filo blu e dietro il sinistro il filo rosso;
    stare cinque minuti immobili a occhi chiusi senza parlare, lasciando così il tempo a THE MASK di costruirsi e di aderire perfettamente al viso;
    - lasciar penzolare la testa in avanti scuotendola a destra e a sinistra;
    - rialzare il capo con un colpo deciso all’indietro: se i fili saranno caduti a terra o si saranno impigliati nei capelli, THE MASK sarà stata correttamente indossata e sarà perfettamente invisibile;
     - assicurare i fili usati ad una spilla da esibire come prova della protezione;


    THE MASK è prodotto e commercializzato, in esclusiva mondiale, dalla società NUDO & REIL.

    Mentre mi dedicavo alla soluzione del Virus ho scoperto che nel mondo, a fronte degli 881 mila deceduti PER e CON il Covid, dall’inizio dell’anno a oggi, sotto la cappa del silenzio politico tombale, sono morte di fame 7,7 milioni di persone mentre si sono spesi, nei soli USA, 194 miliardi di dollari in programmi per dimagrire e per curare le malattie causate dall’obesità. 

    Partendo dall’analisi dei molti numeri che non mi tornano, mi chiedo: siamo tutti MASKerati per non vedere quello che sta davvero succedendo o, grazie all’arrivo della rivoluzionaria MASK, potremo SMASKerarci e aprire gli occhi sulle reali necessità del pianeta?

    Scorgere nella trasparenza dell’altrui sguardo THE MASK, sarà l’inizio di una nuova era firmata NUDO & REIL.

     

  • Etichette mortali

    Le incolliamo ogni giorno sulla fronte di tutti: il dottore, la perfezionista, lo stupido, il musulmano, il ricco, il secchione… e sembra che tutti vogliano essere qualcuno, tranne che loro stessi. Eppure le etichette sono mortali e benché lo sappiamo, continuiamo a identificarci in un ruolo che ci hanno cucito stretto infilando così un’armatura che indossa la vita al posto nostro.

    Il fatto: il 21 dicembre scorso, in Africa, un autobus si stava dirigendo verso Mandera, una città nel nord-est del Kenya. Un gruppo di terroristi appartenenti ad Al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di Al-Qaeda, ha fermato l’autobus; gli uomini armati, vestiti in tuta mimetica e con il volto coperto, hanno fatto scendere i passeggeri e hanno intimato loro di dividersi in due gruppi, cristiani e musulmani, per ucciderne solo uno. Questa modalità mortale di separare i musulmani dai non musulmani è diventata la firma di Al-Shabaab, ma questa volta non ha funzionato; già prima di scendere dal bus alcuni musulmani avevano ceduto i loro veli ai cristiani e, una volta scesi, Salah Farah, insegnante keniota di religione islamica, 4 figli e una moglie incinta, ha urlato di uccidere tutti o di lasciar tutti liberi. In risposta i terroristi gli hanno sparato.


    Mentre lo scontro era in atto si è avvicinato un camion; i terroristi, temendo potesse essere la polizia, si sono nascosti in un cespuglio e i passeggeri ne hanno approfittato per salire sul bus e scappare.
    Circa un mese dopo, il 18 gennaio, anche Salah Farah è morto in ospedale in seguito alle ferite riportate. “Siamo fratelli - ha detto Salah Farah al Voice of America un paio di settimane prima di morire - è la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possano prendersi cura di noi”.

    Cosa è successo su quel bus? Prima di scendere i musulmani hanno dato i veli, cioè gli accessori delle loro etichette, ai cristiani perché questi potessero mimetizzarsi. E poi, una volta scesi, Salah Farah ha gridato che le etichette non esistono, ma esistono persone tutte uguali nella loro regale umanità e tutte soggette al medesimo destino, la vita, da vivere indossando solo se stessi.

    Quando l’armatura nella quale ci hanno rinchiusi si sfalda, titoli e segnaposti sono croste che si staccano e quel che resta fa paura perché è pura essenza d’amore. Salah Farah ci ha testimoniato proprio questo: la potenza dell’amore che affiora quando smettiamo di interpretare un copione per recitare solo noi stessi.

    3 marzo 2016

  • GdB1

     11 agosto 2020 

    QUANDO L'ULTIMO GENITORE SE NE VA
     

    Quando l’ultimo genitore se ne va, smetto di essere figlia, l’immenso si spalanca, il vuoto prende la forma del silenzio e una cappa fitta mi avvolge, portandosi via ogni mio pensiero.

    È allora che il “non essere” affiora e alla domanda: “Come stai?”, mi accorgo di poter solo rispondere: “Non sto”.

    Ho dondolato a lungo sul ramo di un grande albero le radici del quale, all’improvviso, si sono capovolte per volare in cielo e abbeverarsi alla fonte della nuova vita mentre io, caduta a terra, osservo basita le fronde chinarsi amorevolmente su di me, ad accarezzarmi il cuore.

    Eppure mia madre non era il punto di riferimento della mia vita, almeno non a livello conscio, e lo stesso vale per mio padre mancato quasi trent’anni fa ma, in questi giorni, affiora un disorientamento interiore che mi fa sentire una bussola incapace di ritrovare il Nord.

    Sono forse i genitori i punti cardinali della nostra vita? È la loro presenza che orienta la nostra bussola?


    Aveva 92 anni mia madre quando lo scorso 1 agosto ha smesso di respirare e le prime parole che mi sono sentita dire sono state che, in fin dei conti, era una buona età per morire, che non tutti hanno la fortuna di vivere indipendenti fino all’ultimo e che, quindi, andava bene così.

    Tutto vero e logico ma, analogicamente parlando, se chi se ne è andato è il Nord, quel che andrebbe detto non ha nulla a che vedere con l’età, ma con la dimensione nuova che costringe chi resta a riordinare i riferimenti della propria vita, ricollocando ogni presenza in modo diverso.

    Ecco allora che non si tratta di imparare a convivere con uno spazio vuoto, ma di trovare
    - da un lato una nuovo posto dentro di sé per continuare a condividere alcuni momenti con chi non c’è più,
    - dall’altro la consapevolezza che, in realtà, c’è un Nord ben più grande che non vacilla mai.

    Ringrazio il disorientamento di questi giorni perché mi sta regalando il silenzio profondo, quello che mi avvolge nel sonno e nella veglia e che mi porta a ricercare la solitudine non come isolamento, ma come sospensione di vita in grado di traghettarmi oltre la nebbia che ovatta il mio sentire.

    Lentamente mi arrendo.

    È allora che la presenza del Tutto colma l’illusione della separazione e sperimento che nessuno può essere separato da nessuno, perché tutto vive e tutto è Uno. Da sempre e per sempre.

    I genitori mi hanno donato la vita affinché io, vivendo, potessi ricordarmi chi sono, riconnettermi con la mia essenza divina e veleggiare verso l’eterno Nord.

    Quando l’ultimo genitore se ne va, so che la prossima sarò io; da qui a quel giorno avrò preziosi minuti per onorare il mio vivere su questo pianeta e recuperarne il significato autentico, quello che smarrisco nei teatrini quotidiani delle umane miserie, ma l’unico in grado di donarmi la pienezza della resa incondizionate alla dolcezza dell’abbraccio Paterno.

    C’è così tanto amore! È ovunque io posi lo sguardo: nelle nuvolette che sbuffano in cielo, nel cigno che plana maestoso sull’acqua, nel pesco carico di frutti, nel cuore che mi sostiene in questo misterioso viaggio attraverso le paludi e le meraviglie dell’esistenza.

    Quando l’ultimo genitore se ne va, il mondo intero sembra zittirsi per rispecchiare il mio silenzio profondo e lasciar affiorare la prima parola di un nuovo capitolo: “Grazie”.

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  • GdB2

    11 settembre 2020 

    E SE IL RE NON FOSSE MAI STATO DAVVERO NUDO? 


    La mia ultima genialata ha il sapore del Covid, la redditività di una miniera d’oro e un nome: “THE MASK”.

    Si tratta di una mascherina di nuova generazione che permette di respirare come se non ci fosse e, al contempo, protegge da tutte le nanoparticelle presenti nell’aria, virus e batteri compresi. 

    È comoda da indossare e non va mai tolta, nemmeno per mangiare e per fare l’amore, ed è così leggera che proprio non la si sente; ne basta una per tutta la vita perché, essendo autopulente, non necessita né di lavaggio, né di sanificazione.

    Costa 100 euro, ha già ottenuto la certificazione dell’ISS e il Presidente del Consiglio è diventato il principale testimonial della campagna di comunicazione andata in onda su tutte le televisioni. Lo spot, realizzato a tempo di record, inquadra il Premier in una giornata tipo nella quale lo si vede alzarsi, indossare THE MASK, lavarsi la faccia, fare colazione, dare un bacio alla compagna e recarsi con la scorta a Palazzo Chigi, poi uscire, cenare in un ristorante, lavarsi i denti e andare a letto: tutto sempre indossando THE MASK.

    La pubblicità progresso ha convinto gli italiani e il Premier ha riacquistato la popolarità minata dai vari DPCM che, violando alcuni diritti fondamentali sanciti dalla costituzione, avevano innervosito gli italiani che si erano sentiti vittime di un sequestro di persona di massa.

    Adesso che con l’autunno arrivano gli inevitabili colpi di tosse e annesse febbriciattole stagionali, THE MASK è la soluzione al problema del secolo e la vera alternativa al vaccino del quale gli italiani non si fidano essendo a base di RNA messaggero che, si dice, li renderebbe individui geneticamente modificati.

    Il Comitato Tecnico Scientifico ha inoltre dimostrato che l’utilizzo di THE MASK, combinato con l’esercizio fisico e con una sana alimentazione, rinforza il sistema immunitario e si prevede che la popolazione del pianeta, liberata dalla fobia del virus e aiutata da uno stile di vita più sano, tornerà a vivere senza l’assillo della paura che, a detta degli esperti, insieme a quello economico rappresenta oggi il problema più serio da curare.

    Come accorgersi di chi indossa THE MASK se è così leggera, traspirante e trasparente da non sentirsi e non vedersi? Basta seguire le istruzioni scritte sulla confezione:

    - aprire la scatola;
    - estrarre i fili blu e rosso;
    - appoggiare dietro l’orecchio destro il filo blu e dietro il sinistro il filo rosso;
    stare cinque minuti immobili a occhi chiusi senza parlare, lasciando così il tempo a THE MASK di costruirsi e di aderire perfettamente al viso;
    - lasciar penzolare la testa in avanti scuotendola a destra e a sinistra;
    - rialzare il capo con un colpo deciso all’indietro: se i fili saranno caduti a terra o si saranno impigliati nei capelli, THE MASK sarà stata correttamente indossata e sarà perfettamente invisibile;
     - assicurare i fili usati ad una spilla da esibire come prova della protezione;


    THE MASK è prodotto e commercializzato, in esclusiva mondiale, dalla società NUDO & REIL.

    Mentre mi dedicavo alla soluzione del Virus ho scoperto che nel mondo, a fronte degli 881 mila deceduti PER e CON il Covid, dall’inizio dell’anno a oggi, sotto la cappa del silenzio politico tombale, sono morte di fame 7,7 milioni di persone mentre si sono spesi, nei soli USA, 194 miliardi di dollari in programmi per dimagrire e per curare le malattie causate dall’obesità. 

    Partendo dall’analisi dei molti numeri che non mi tornano, mi chiedo: siamo tutti MASKerati per non vedere quello che sta davvero succedendo o, grazie all’arrivo della rivoluzionaria MASK, potremo SMASKerarci e aprire gli occhi sulle reali necessità del pianeta?

    Scorgere nella trasparenza dell’altrui sguardo THE MASK, sarà l’inizio di una nuova era firmata NUDO & REIL.

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  • GdB3

     13 ottobre 2020 

    LA NOSTRA EREDITA' IN UNA SCATOLA 

     
    In uno dei più grandi poemi epici indiani, il Mahabharata, fu chiesto al saggio Yudhisthira: «Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?» La risposta fu: «Che un uomo, vedendo gli altri morire intorno a lui, non pensi mai che anch’egli morirà».

    Eppure siamo impregnati di morte almeno quanto lo siamo di vita, ma la fretta quotidiana riempie ogni anfratto del nostro tempo e, per la morte, sembra esistere un orologio che non smette mai di procedere, almeno non per noi, non oggi.

    Mi chiedo: quando apriremo gli occhi sull’ultima alba della nostra vita, cosa avremo lasciato a chi resta? Io propongo THE BOX (la scatola).

    The box si prepara mentre viviamo, è personale e destinata ai figli (e che siano nostri, di amici o parenti, poco importa).
    Si tratta di una scatola di legno con coperchio, all’interno della quale mettere tutto ciò che ci ha fatto crescere, superare una prova, imparare una lezione significativa.

    Ognuno di noi ha un libro che ha fatto la differenza? Ecco che una copia di quel testo troverà spazio nella scatola e, sulla prima pagina, scriveremo una dedica motivando il motivo del nostro dono.

    The box potrà anche ospitare un disegno, un oggetto, una foglia secca (sempre con allegato il nostro perché), oppure una frase scarabocchiata su un foglio in un momento particolare, come: “Oggi ero assalita da ricordi dolorosi, poi ho scoperto due parole che, pronunciate con decisione, ponevano fine al mio star male.
     
    Eccole: ‘Già visto!’. Mi sono infatti accorta, tesoro, che quel logorio interiore, io l’avevo già provato, e allora perché concedergli il bis? L’avevo ‘Già visto!', non faceva parte del momento presente, non avevo bisogno di soffrirne ancora”.

    Quando mia nipote ha compiuto 18 anni, ho chiamato a raccolta tutti i libri importanti della mia vita, li ho acquistati, ho scritto su ognuno di loro il perché quel testo era stato per me significativo, li ho messi in una bella scatola, e glieli ho regalati.

    Li ha letti? Ovvio che no, almeno non a quel tempo, ma anni dopo mi sono sentita dire: “Sai zia che ogni tanto apro la scatola e leggo uno dei tuoi libri?”.

    Mi piace pensare a the box, sia come ad una scatola del pronto soccorso alla quale attingere nei momenti critici, sia come ad un tesoro da scoprire per celebrare le occasioni di gioia.

    Troveranno the box (una o più di una) quando saremo morti e, che sia color legno o pitturata, porterà scritto in bella mostra il nome del destinatario; quel giorno ogni cosa che ci riguarda verrà considerata con un’attenzione nuova.

    The box non può essere per i nostri amici o coetanei, perché con loro viaggiamo paralleli, ci confrontiamo, mentre è la generazione futura quella che, essendo ad una diversa tappa esistenziale, meno ci conosce nel profondo.

    Preparare the box non ha la presunzione di renderci maestri di vita, ma solo di offrire ai nostri figli, oggi poco interessati come è logico che sia, a tematiche per noi fondamentali, una testimonianza che potrebbe rivelarsi una scorciatoia nella loro crescita.

    Del resto, così come le scoperte del passato volte a migliorare il mondo hanno aiutato i posteri, lo stesso potrebbe avvenire sul fronte dell’evoluzione personale e, magari, un giorno la cosa più stupefacente potrebbe diventare che un uomo, vedendo gli altri morire, sorriderà pensando che anch’egli morirà.

    The box, ricordandoci la nostra impermanenza, è un dono per noi che la riempiamo e, allo stesso tempo, diventa dono di se stessi per chi, un giorno, la troverà. Fra oggi e quel giorno c’è lo spazio di un sorriso.
     

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  • GdB4

     30 ottobre 2020 

    LA MADONNA DEL CARMINE ATTENDE VOTI DI CUORE

     
    C’è un luogo speciale e te ne accorgi quando ti avvicini: tu sei lì immobile davanti al grande piazzale lastricato, due file di ulivi ti invitano ad avvicinarti e vasi su vasi di fiori curati con amore contornano il muro vecchio di 1400 anni.
     
    Osservi e ti senti accolto come se, in questo angolo di bellezza incastonato fra la campagna e le acque del Garda, qualcuno si stesse già prendendo cura di te. E del tuo dolore.
     
     
    Sei arrivato al Santuario della Madonna del Carmine, piccolo gioiello del periodo tardo gotico lombardo, quasi interamente rivestito di splendidi affreschi, che si erge silente sulle colline di San Felice del Benaco.
     
    Sei in pace e capisci perché da oltre 500 anni il Santuario sia meta di numerosi pellegrinaggi provenienti da tutta Italia e dall’estero.
     
    Fra le pietre antiche di questo luogo, i frati Carmelitani, sull’esempio di Maria e del profeta Elia, si dedicano a preghiera contemplativa, vita fraterna e apostolato, mettendosi al servizio come guide, sia per raccontare la storia e l’arte del Santuario, sia nel ministero della direzione spirituale e della consolazione, e lo fanno con spirito di umiltà, gioia e comunione cristiana.
     
    E lo respiri, questo spirito, perché oltre alla bellezza che già di per sé pacifica, qui ti senti soprattutto amato da un Dio che ti accoglie e conforta per tramite di amorevoli frati che, a prescindere dai tuoi meriti e dalle tue colpe, sono qui per aiutarti a ritrovare il sorriso.
     
    Ho conosciuto persone piegate da ferite profonde che sono rinate grazie all’aiuto di questi uomini di fede, ho udito parole caritatevoli dispiegarsi fra i banchi della chiesa e le panchine del parco e, soprattutto, ho percepito il respiro dell’amore ovunque: nella cura dedicata alla chiesa e al convento con il chiostro abitato dalle tartarughe, nella musica classica diffusa nel parco per favorire il rilassamento dei visitatori, nell’attenzione spesa per tutti coloro che varcano l’antico portone.
     
    È per questo che il Santuario di San Felice merita di essere scelto come “Luogo del Cuore” del FAI e, prima di tutto, come luogo del proprio cuore, perché ognuno di noi, nel caos che lo assedia, distrae e confonde, ha bisogno di silenzio e di amore per ritrovare se stesso.
     
    Il FAI (Fondo Ambiente Italiano) nato per tutelare i siti speciali, ma anche per dare valore ai beni minori da scoprire, proteggere, valorizzare, salvare e non dimenticare, ha scelto di candidare il Santuario nella lista dei “Luoghi del Cuore”, il più importante progetto italiano che quest’anno è giunto alla decima edizione.
     
    Attualmente il Santuario è posizionato al 32° posto con poco più di 3.800 voti, ben distante dai quasi 19.000 dei primi in classifica, ma il censimento termina il 15 dicembre e c’è ancora tempo per contribuire, con il passaparola del cuore, al futuro di questo luogo intriso d’amore.
     
    Votare non costa nulla, basta andare sul sito del FAI (fondoambiente.it), “I Luoghi del Cuore” e scegliere il Santuario della Madonna del Carmine di San Felice del Benaco.
    Il tuo voto può fare la differenza, insieme al tuo cuore.